domenica, 25 Settembre , 22

Fase post acuta covid-19, la ricerca che conferma: a tre mesi dalla negativizzazione ancora presente disfunzione endoteliale

L’unità di day hospital della Fondazione Policlinico Universitaria Agostino Gemelli di Roma che segue le persone con covid-19 in fase post-acuta ha osservato, in uno studio condotto su 658 pazienti, che a distanza di tre mesi dalla negativizzazione del test molecolare è ancora presente disfunzione endoteliale la cui entità correla con la gravità della pregressa infezione da coronavirus.

Studi condotti durante la pandemia hanno dimostrato che la sintomatologia di questa malattia è dovuta principalmente all’azione del virus sull’endotelio, tessuto che riveste le pareti interne del cuore e dei vasi sanguigni e modula l’aggregazione piastrinica, i processi coagulativi, la risposta all’infiammazione, regola le resistenze vascolari, protegge dall’effetto nocivo dei radicali liberi dell’ossigeno.

Una sperimentazione sui pazienti covid ricoverati nella terapia sub intensiva dell’ospedale Cotugno di Napoli, grazie ad una collaborazione tra il centro di riferimento per la cura delle malattie infettive partenopeo ed il consorzio Itme (International Translational Research and Medical Education), creato dall’università Federico II con la partecipazione dell’Albert Einstein Institute of Medicine di New York e con l’importante coinvolgimento di Damor, storica azienda farmaceutica italiana, ha confermato il ruolo centrale dell’endotelio.
Da qui l’evidenza che con la supplementazione di L-arginina, aminoacido che presiede la produzione di ossido nitrico e citrullina da parte della cellula endoteliale, si sono dimezzati i tempi di degenza ospedaliera e si è ridotta la necessità del supporto ventilatorio.
Alla luce della ben nota relazione tra disfunzione endoteliale e rischio cardiovascolare, questa osservazione risulta utile per spiegare il dato pubblicato su Nature. L’infezione da covid-19 determina un aumento delle probabilità di andare incontro ad eventi cardiovascolari nell’anno seguente la guarigione dall’infezione ed apre un’importante prospettiva per l’utilizzo della L-arginina per il trattamento a lungo termine dei pazienti che sono stati affetti da covid-19.

L’unità di day hospital della Fondazione Policlinico Universitaria Agostino Gemelli di Roma che segue le persone con covid-19 in fase post-acuta ha osservato, in uno studio condotto su 658 pazienti, che a distanza di tre mesi dalla negativizzazione del test molecolare è ancora presente disfunzione endoteliale la cui entità correla con la gravità della pregressa infezione da coronavirus.

Studi condotti durante la pandemia hanno dimostrato che la sintomatologia di questa malattia è dovuta principalmente all’azione del virus sull’endotelio, tessuto che riveste le pareti interne del cuore e dei vasi sanguigni e modula l’aggregazione piastrinica, i processi coagulativi, la risposta all’infiammazione, regola le resistenze vascolari, protegge dall’effetto nocivo dei radicali liberi dell’ossigeno.

Una sperimentazione sui pazienti covid ricoverati nella terapia sub intensiva dell’ospedale Cotugno di Napoli, grazie ad una collaborazione tra il centro di riferimento per la cura delle malattie infettive partenopeo ed il consorzio Itme (International Translational Research and Medical Education), creato dall’università Federico II con la partecipazione dell’Albert Einstein Institute of Medicine di New York e con l’importante coinvolgimento di Damor, storica azienda farmaceutica italiana, ha confermato il ruolo centrale dell’endotelio.
Da qui l’evidenza che con la supplementazione di L-arginina, aminoacido che presiede la produzione di ossido nitrico e citrullina da parte della cellula endoteliale, si sono dimezzati i tempi di degenza ospedaliera e si è ridotta la necessità del supporto ventilatorio.
Alla luce della ben nota relazione tra disfunzione endoteliale e rischio cardiovascolare, questa osservazione risulta utile per spiegare il dato pubblicato su Nature. L’infezione da covid-19 determina un aumento delle probabilità di andare incontro ad eventi cardiovascolari nell’anno seguente la guarigione dall’infezione ed apre un’importante prospettiva per l’utilizzo della L-arginina per il trattamento a lungo termine dei pazienti che sono stati affetti da covid-19.

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