“La vaccinazione dei pazienti immunocompromessi è possibile e a volte è raccomandata”. I vaccini, in altre parole, non sono un ‘tabù’ per tutte le persone in cui le difese naturali dell’organismo non funzionano come dovrebbero: dipende dalla forma di immunodeficienza di cui soffrono, dal tipo di vaccino (vivo o inattivato), dalle loro condizioni di salute e di vita. “Rischi e benefici vanno soppesati caso per caso, definendo strategie su misura per ogni malato”. A fare chiarezza è Baldassarre Martire, dirigente medico presso l’Unità operativa pediatrica ‘F. Vecchio’ dell’Azienda ospedaliero-universitaria consorzialeimmunocompromessi, intervenuto a Milano alla quarta edizione dell’evento ‘IGs DayBreak’ promosso da Shire, dedicato alle immunodeficienze primitive e alla terapia sostitutiva cronica con immunoglobuline.

Nei pazienti affetti da immunodeficit, sia primitivo che secondario, bisogna conciliare due elementi in apparente contraddizione fra loro: queste persone, bambini e adulti, “da una parte presentano un aumentato rischio di malattie infettive che possono avere un decorso molto grave e a volte addirittura letale – evidenzia l’esperto – D’altra parte, proprio in virtù della loro condizione di immunodeficienza e quindi di mancata risposta immunitaria, in questi pazienti è possibile che il trattamento vaccinale risulti inefficace”. Poiché sul tema la letteratura scientifica presenta lacune, legate anche al fatto che si tratta di malattie rare e con manifestazioni molto variabili, “come centri Ipinet, aderenti all’Italian Primary Immunodeficiences Network, abbiamo prodotto di recente un documento pubblicato su ‘Vaccine’ – riferisce Martire – in cui abbiamo voluto valutare quale fosse lo stato dell’arte delle indicazioni relative alla vaccinazione dei soggetti con immunodeficienza, costruendolo anche sulla base dell’expertise e della pratica quotidiana svolta nelle nostre strutture”. Ne sono nate indicazioni concrete rivolte alla classe medica, linee guida italiane che possono accendere un faro per guidare la pratica clinica quotidiana.

Il messaggio chiave è che “il paziente con immunodeficienza può essere vaccinato”, riassume lo specialista all’AdnKronos Salute. Occorre ovviamente una valutazione specifica e personalizzata, e tuttavia “l’idea ‘tout court’ di non vaccinare i pazienti con difetto immunitario perché si ritengono non in grado di rispondere allo stimolo vaccinale è un’idea ormai assolutamente superata. Ci sono chiare evidenze scientifiche – assicura Martire – che dimostrano come, in numerose condizioni di patologia immunologica, è possibile indurre tramite il vaccino una risposta immunitaria”. Un effetto-scudo “a volte subottimale”, però “altre volte adeguato”.

Nella sua relazione il medico ha passato in rassegna le strategie che è possibile adottare nelle diverse forme di immunodeficienza, con il supporto di casi clinici pediatrici giunti all’attenzione dei centri specializzati. Il panorama è ampio: si va dai pazienti con difetti minori della produzione di anticorpi, nei quali “il calendario vaccinale può essere espletato senza alcuna controindicazione”, a malati colpiti da immunodeficienze combinate (difetti non solo ai linfociti B, ma anche ai T), per i quali salvo un paio di eccezioni “le vaccinazioni sono assolutamente controindicate”. In mezzo ai due estremi ci sono casi su cui ragionare in base al tipo di vaccino e alla valutazione rischio-beneficio, come nei pazienti con difetti dell’immunità innata o con immunodeficienze secondarie.

Per non sbagliare servono screening? “Gli screening immunologici – risponde Martire – devono essere eseguiti nella fase di accertamento diagnostico dell’immunodeficienza. Una volta inquadrato il difetto, si possono dare indicazioni di controindicazione, di raccomandazione o di semplice suggerimento alla vaccinazione. Generalmente non serve eseguire dei test per valutare il grado di risposta immunologica, perché questa è già nota dagli esami di inquadramento diagnostico. E analogamente – conclude l’esperto – dopo l’eventuale vaccinazione in genere non serve valutare il livello di risposta immunitaria. Sia perché non è utile da un punto di vista clinico, sia perché in molti casi non sarebbe possibile quantificarla con i normali test di laboratorio”. Il messaggio finale è che vaccinare si può e serve, in molti casi, anche quando il sistema immunitario di partenza non è sano. La parole d’ordine è approccio individualizzato, studiato per il singolo paziente, dopo avere messo sulla bilancia tutti i pro e tutti i contro. E a insegnarlo è l’Italia.

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