L’obiettivo è agganciare la ‘generazione no naja’, cresciuta dopo l’addio alla visita di leva. Quelli che, salutato il pediatra, escono fuori dai radar, si tengono alla larga dagli studi medici, hanno come riferimento web e amici, la loro educazione e salute sessuale diventa terra di nessuno. Gli urologi puntano ora ad andare a ‘cercarli’ direttamente fra i banchi di scuola. Potrebbe succedere “già dal prossimo anno scolastico, grazie a un progetto che dovrebbe cominciare a partire in alcune città pilota, fra i centri più grandi”. Specialisti in classe per “una sorta di educazione alla prevenzione, alla sessualità, e in generale agli aspetti andro-urologici”. A spiegarlo oggi a Milano è Walter Artibani, segretario generale della Società italiana di urologia (Siu), a margine della presentazione dei risultati di uno studio condotto sui dati raccolti nell’ambito della campagna #Controllati 2018, promossa dalla Siu con il supporto non condizionato di Menarini.

“Abbiamo avuto diversi incontri al ministero dell’Istruzione, università e ricerca e al ministero della Salute e nei giorni scorsi i due ministeri hanno siglato un protocollo d’intesa – ricorda Artibani – Questo è il punto di partenza e adesso il progetto dovrebbe decollare. L’argomento è complesso, devono essere i presidi delle singole scuole a richiedere di poter attivare queste lezioni periodiche, c’è tutto un protocollo da seguire. La Siu fornirà lo specialista che andrà a fare lezione secondo un programma che naturalmente verrà confermato e vidimato dal ministero della Salute“.

Sarà però “qualcosa di più della semplice educazione sessuale – anticipa l’urologo – Andremo a spiegare l’importanza dell’autopalpazione, la diagnosi di varicocele, il significato dell’ipospadia (malformazione congenita, ndr), e di certe malattie sessualmente trasmesse. L’obiettivo è colmare un vuoto, quello lasciato dall’abolizione della visita di leva. Oggi c’è tanta ignoranza sanitaria su temi che un tempo venivano affrontati in quel contesto”.

“Se la ragazza – ragiona Artibani – ha spesso la madre come punto di riferimento, i ragazzi hanno molto più di frequente il web e gli amici. Questo incide soprattutto sulle dismorfofobie sessuali. E’ un fenomeno sempre più comune, il cui impatto è soprattutto psicologico. In passato il problema era diverso: certe volte era la mamma che portava il figlio perché pensava non fosse ben sviluppato. Oggi c’è molta ritrosia, però il problema diventa psicologico più che reale. Senza una guida in carne e ossa che ti riporta alla realtà, il fatto di confrontarsi con situazioni irrealistiche o estreme che i ragazzi vedono sul web ha un peso”.

Oggi dopo i 18 anni, “gli uomini non sono più valutati da nessuno, in generale non hanno una predisposizione alla prevenzione, l’idea di una visita invasiva nell’intimo non piace, ed è quindi difficile che seguano l’esempio della donna con il ginecologo, anche se spesso è proprio lei che può avere una capacità persuasiva. La sensibilità maschile sta cambiando lentamente – ammette l’urologo – Le donne con il loro esempio possono fare molto. Gli uomini devono capire che la prevenzione è importante, che la vita si è allungata molto e può migliorare ancora se c’è consapevolezza degli stili di vita corretti”.

Quanto all’età giusta per un controllo con l’urologo, Artibani sottolinea: “Pensando al varicocele e all’infertilità, problemi di forte impatto, teoricamente una visita a 18-20 anni per sapere se i genitali sono a posto, per avere un counselling per quanto riguarda la fertilità potrebbe avere una sua utilità. Mentre per la prevenzione delle malattie prostatiche, sarebbe utile cominciare i controlli già a 40 anni”.

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