Come tutte le terapie sperimentali e’ necessario attendere altri studi di conferma e la valutazione a lungo termine dello stato di salute dei pazienti, tuttavia sono convinto che nei prossimi anni vedremo ancora grandi progressi nel campo dell’immunoterapia con cellule “viventi” geneticamente modificate. E’ questo il risultato piu’ bello della ricerca e della scienza”. Cosi’ il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’Universita’ di Tor Vergata, commenta lo studio dell’ospedale Bambino Gesu’, dove per la prima volta in Italia un bimbo malato di leucemia e’ stato curato con la terapia genica. “Le cellule T sono i baluardi del sistema immunitario – spiega Novelli in un posto di Blog Italia sul sito Agi – per il loro ruolo attivo nell’orchestrare le difese del nostro organismo e “uccidere” le cellule infettate da agenti patogeni oppure quelle tumorali. Oggi e’ possibile, con tecniche di ingegneria genetica, “ingegnerizzarle”, ovvero modificarle per potenziare la loro azione e impiegarle come farmaci “viventi”. La terapia richiede il prelievo di sangue dai pazienti e la separazione delle cellule T. Successivamente, usando un virus neutralizzato, le cellule T vengono indotte geneticamente a produrre recettori sulla loro superficie chiamati “recettori chimerici dell’antigene”, o CAR”. Questi speciali recettori, prosegue il genetista, consentono alle cellule T di riconoscere e legarsi a una specifica proteina, o antigene, delle cellule tumorali. La produzione delle cellule T modificate, avviene in laboratorio, e possono essere infuse nel paziente opportunamente trattato. Le cellule CAR-T si moltiplicano ulteriormente nel corpo del paziente e, con la guida del loro recettore ingegnerizzato, riconoscono e uccidono le cellule cancerose che ospitano l’antigene sulle loro superfici”.

Fino a poco tempo fa, spiega ancora Novelli, “l’utilizzo della CAR-T era limitato a piccoli studi clinici, e soprattutto in pazienti con tumori avanzati del sangue. Negli ultimi due anni, l’FDA (l’Ente Americano di Regolamentazione dei Farmaci) ha autorizzato alcuni trattamenti in bambini affetti da leucemia linfoblastica acuta (LLA), aprendo di fatto la strada alla terapia di queste forme di cancro e prospetticamente anche di altri tumori. L’approccio adottato dai colleghi del Bambino Gesu’, guidati da Franco Locatelli, e’ importante perche’ modifica la metodica originale americana migliorandola e quindi rendendola piu’ efficace. L’infusione poi effettuata su un bambino di 4 anni affetto da leucemia linfoblastica acuta, di tipo B, resistente ad altre terapie farmacologiche e a trapianto allogenico, rende ancora piu’ interessante lo studio e conferma la potenza dell’uso di cellule CAR-T nella cura di questa forma di leucemia. Come tutte le terapie antitumorali, anche la terapia con cellule CAR-T puo’ causare eventi avversi preoccupanti e talvolta gravi, tra cui la sindrome di rilascio di citochine (proteine infiammatorie) e indurre quindi fenomeni infiammatori acuti con le conseguenze del caso e altri fenomeni piu’ rari descritti in qualche caso. In tal senso – conclude l’esperto – il nuovo protocollo dell’Ospedale Bambino Gesu’ sembra controllare questa possibilita’ attraverso un interruttore di spegnimento delle cellule “viventi”, riuscendo quindi a bloccarle in caso di necessita’”.