I Pfas, composti chimici che hanno contaminato le falde acquifere di mezzo Veneto, sarebbero responsabili dell’alterazione della fertilita’ nella donna inducendo alla poliabortivita’. Lo rivela uno studio presentato oggi del gruppo di ricerca del professor Carlo Foresta e realizzato analizzando i livelli ormonali delle ventenni residenti nell’area rossa ad alto inquinamento Pfas. I Pfas altererebbero infatti la funzione dell’utero interagendo col progesterone e bloccano i meccanismi che regolano il ciclo mestruale, l’annidamento dell’embrione e il decorso della gravidanza. Inoltre alterano la regolarita’ del ciclo mestruale e ritardano la comparsa delle prime mestruazioni. Quattro mesi fa era stata diffusa la prima scoperta del gruppo del professor Carlo Foresta dell’Universita’ di Padova, quella che definiva il meccanismo attraverso il quale i Pfas alterano lo sviluppo del sistema uro-genitale del maschio e la fertilita’ interferendo con l’attivita’ del testosterone. Sostanzialmente, l’organismo li scambia per ormoni mutando l’azione delle ghiandole endocrine.

A questo nuovo risultato (che sara’ presentato alla comunita’ scientifica nel corso del convegno di Medicina della Riproduzione in programma ad Abano Terme da domani fino 2 marzo) si e’ giunti dopo due anni di lavoro del gruppo di ricerca dell’Universita’ di Padova, coordinato dal professor Carlo Foresta e dal dottor Andrea Di Nisio, che ha valutato l’effetto dei Pfas sul progesterone analizzando, in cellule endometriali in vitro, come i Pfas interferiscano vistosamente sulla attivazione dei geni endometriali attivati dal progesterone. In particolare e’ stato dimostrato che, su piu’ di 20.000 geni analizzati, il progesterone normalmente ne attiva quasi 300, ma in presenza di Pfas 127 vengono alterati e tra questi quelli che preparano l’utero all’attecchimento dell’embrione e quindi alla fertilita’.

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