Il Pronto soccorso del Policlinico Casilino di Roma e’ affollatissimo. Dagli schermi il personale si scusa e chiede ai pazienti di rivolgersi ad altre strutture. Gaia, insegnante precaria trentatreenne e madre di Stefano, un bambino di un anno e mezzo, arriva con suo marito Emanuele (i nomi sono di fantasia, ndr) alle 9.50 di un venerdi’, da un paese 50 km a sud di Roma. È entrata da pochi giorni nella decima settimana, ma dalla sera prima accusa perdite di sangue marrone. La ginecologa che la segue privatamente le consiglia di andare in ospedale. “Avevo detto agli infermieri dell’ospedale che ero incinta e avevo delle perdite- racconta Gaia all’Agenzia di stampa Dire- Mi hanno assegnato un codice verde”. Sulla pagina del ministero della Salute alla voce codice verde si legge “poco critico, assenza di rischi evolutivi, prestazioni differibili”. La preoccupazione di Gaia ed Emanuele, pero’, non e’ differibile e l’attesa brucia. “Sono entrata all’una e mezza e, appena iniziata la visita, la dottoressa mi ha detto risoluta che avevo vescica ed intestino pieni e non riusciva a vedere niente. A quel punto mi ha detto di provare ad andare in bagno, prendendomi il mio tempo, e tornare da lei”. Passano una quarantina di minuti, Gaia torna sul lettino: “Purtroppo le devo comunicare che non si visualizza il battito, anche se il feto e’ formato- spiega la dottoressa- Non avendo perdite ematiche consistenti non posso ricoverarla perche’ non si prefigura una situazione d’emergenza”. Nessuna emorragia, nessun ricovero, nessun raschiamento. È questo il protocollo del Policlinico Casilino in caso di aborto spontaneo interno: “A quel punto- continua Gaia- la dottoressa, che non si e’ sentita in dovere di incoraggiarmi e darmi un supporto dal punto di vista psicologico, mi ha consegnato un foglio dove c’era scritto il numero verde da chiamare per prenotare il raschiamento e tutti gli esami da effettuare prima di entrare in ospedale: elettrocardiogramma, analisi del sangue ed ecografia”. La preospedalizzazione nei grandi ospedali della Capitale non e’ piu’ garantita. “Poi mi ha detto che i tempi di attesa erano di dieci-venti giorni. Sono rimasta gelata, speravo di risolvere il prima possibile questa situazione, e invece…”. E invece la lista d’attesa e’ lunga. Forse troppo lunga per tenere un embrione morto nel proprio corpo. “Esco fuori per dare la notizia a mio marito che rimane di stucco. Nessuno dei due se l’aspettava- continua Gaia- Chiamo la mia ginecologa per comunicarglielo e lei mi dice che si sarebbe interessata tramite la clinica Santa Famiglia per organizzare il raschiamento in tempi piu’ brevi. Sarei dovuta andare l’indomani mattina presto”. Sabato mattina Gaia ed Emanuele lasciano il piccolo Stefano dalla nonna e raggiungono la clinica Santa Famiglia alle 7.30. Alle 11 sono di nuovo a casa, con un secondo referto in mano: “Perdite ematiche scarsissime e di colorito scuro, si programma preospedalizzazione per Rcu (raschiamento, ndr)”. Unica consolazione, la promessa di essere ricoverata lunedi’ ed operata martedi’. “Eravamo tristi e frustrati- racconta Gaia- Poi ci siamo detti che forse eravamo noi impazienti di risolvere il problema il prima possibile. Ma eravamo impazienti anche perche’ la dottoressa della clinica mi aveva detto che secondo lei la crescita dell’embrione si era bloccata a 15 giorni prima. Quindi avevo un embrione morto dentro da 15 giorni”

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