Messo a fuoco il complesso processo genetico che regola la capacita’ di rigenerazione naturale dei tessuti e degli arti. A riuscire a elaborare la mappa dettagliata di questo complicato meccanismo biologico e’ stato un pool di ricercatori del Centro della Complessita’ e i Biosistemi (CC&B) dell’Universita’ Statale di Milano che hanno pubblicato i risultati della loro ricerca sulla rivista NPJ Systems Biology and Applications. “La scoperta di questa firma genetica condivisa ci consente di capire meglio l’evoluzione della rigenerazione e potrebbe rivelarsi molto utile per lo sviluppo di future terapie rigenerative”, commenta Caterina La Porta, professoressa di patologia generale al Dipartimento di scienze e politiche ambientali dell’Universita’ di Milano e coordinatrice di questa ricerca. Inibire questi geni potrebbe inoltre aiutare a contrastare le patologie dovute a un eccesso di fibrosi. La capacita’ di riformare organi o arti danneggiati, senza cicatrici o perdita di funzionalita’, e’ molto diffusa fra gli animali, ma con grandi differenze da specie a specie. Alcuni sono infatti in grado di ripristinare un tessuto danneggiato, ma ci sono anche organismi che possono far ricrescere il loro intero corpo partendo da un solo frammento, come alcuni invertebrati. La capacita’ rigenerativa puo’ anche variare in base al ciclo vitale e con l’eta’ dell’animale. Fra i vertebrati, solo gli anfibi sono in grado di ricostruire organi e tessuti anatomicamente completi e funzionali. Nei mammiferi, questa capacita’ e’ presente ma e’ limitata al fegato, la cui massa puo’ essere rigenerata in seguito a un danno.

“Ci siamo concentrati sui geni coinvolti nella rigenerazione in diversi animali, per cercare di capire come mai i mammiferi hanno perso la capacita’ di far ricrescere arti amputati”, spiega Maria Rita Fumagalli, autrice della ricerca. I ricercatori hanno selezionato tre organismi modello noti per le loro elevate capacita’ rigenerative – l’idra, la planaria e il cetriolo di mare – li hanno danneggiati e poi hanno analizzato il loro genoma in momenti diversi del processo di rigenerazione, per vedere quali geni si attivavano e in quale fase specifica. I risultati ottenuti sono poi stati confrontati con quelli ricavati da studi precedenti sul fegato di topo. Hanno cosi’ scoperto che fra i geni attivati nella prima fase della rigenerazione ce ne sono alcuni che sono simili anche fra animali molto diversi. Cio’ suggerisce che tutti gli organismi, mammiferi inclusi, potrebbero aver conservato, nel corso dell’evoluzione, una parte primordiale di questo processo. Nella fase piu’ tardiva della rigenerazione, i geni coinvolti sono invece specifici dell’organismo e del tipo di tessuto in fase di riparazione. I ricercatori del CC&B hanno anche studiato i geni coinvolti nella risposta infiammatoria, che non e’ solo un meccanismo di difesa contro microrganismi esterni ma gioca anche un ruolo cruciale nella ricostruzione di un tessuto danneggiato. Quel che hanno scoperto e’ che nelle cellule del sistema immunitario di idre, planarie e cetrioli di mare, all’inizio della risposta infiammatoria si attivano geni molto simili a quelli dei macrofagi e dei neutrofili che intervengono in caso di infezione nei topi. Cio’ significa che, nei mammiferi, la perdita della capacita’ rigenerativa potrebbe essere stata compensata da una complessa reazione immunitaria che entra in gioco durante la riparazione dei tessuti danneggiati. Nel complesso, questo studio ha consentito di svelare la presenza di un set di geni – fondamentali per dare inizio alla rigenerazione e quindi cruciali per la sopravvivenza – che sono rimasti conservati nel corso dell’evoluzione, in animali anche molto diversi fra di loro. 
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