“Le persone pensano di scattare foto per catturare piccoli spicchi di realtà. Ma la logica va invertita: la verità è che quando fotografiamo qualcosa, stiamo mettendo a fuoco la nostra interiorità usando quello che vediamo fuori da noi”. A parlare del fotografare, che si tratti di immagini colte in vacanza, o di quelle che quotidianamente vengono postate sui Fb o Instagram, è Marco Rossi, psicoterapista e docente in una Scuola di specializzazione clinica a Roma e Napoli. E fotografo. Rossi presenta oggi il suo primo libro fotografico dal titolo ‘Immagin-ando’, edito dalla Casa Editrice Graffiti, al Pde Bookstore di palazzo delle Esposizioni a Roma. “Siamo bombardati tutti i giorni da immagini, ma le guardiamo e ci corriamo sopra. Quando invece scattiamo delle foto per noi, attiviamo una sorta di autofocus che mette in luce i nostri stati d’animo: è come un cercarsi, traducendo le nostre sensazioni attraverso la fotografia”, racconta. “Estremizzando, anche in un reportage di guerra, o nelle foto di cronaca si parla sempre di se stessi. E infatti le foto particolarmente riuscite sono quelle che ci raccontano”.
E i selfie, tutte quelle immagini di noi che finiscono sui social in pasto al mondo? “I selfie non sono la stessa cosa delle foto che scattiamo”, spiega dal suo osservatorio di psicologo, “è come un guardarsi dal di fuori, vedersi con gli occhi degli altri, per sedurre gli altri. E’ una via per fare in modo che qualcuno ci dia valore. Anzichè tirare fuori qualcosa da noi stessi, le foto sui social rivelano un meccanismo per apparire agli altri. E apparire è diverso dall’essere”.

CONDIVIDI