Le indagini si sono avvalse anche di attività di intercettazioni telefoniche

Mario Caiazzo

Un ricarico di oltre il 125% sul prezzo di costo, era quanto, secondo gli inquirenti è avvenuto nei «confronti del cliente finale», ossia l’ospedale Pascale di Napoli. Al centro ci sono le forniture di prodotti medicali e due aziende, la Gi.Med. Srl e la Gdc Medicali Srl, «riconducibili ai coniugi Francesco Izzo e Giulia Di Capua». Scrivono i magistrati nel faldone dell’ordinanza: «In sostanza il dottor Izzo, abusando della sua qualifica e delle sue pubbliche funzioni, a fronte di accordi corruttivi con gli addetti alle vendite della società Hs, ha indotto il Pascale ad acquisire determinati prodotti medicali». L’acquisto, sottolineano sempre gli inquirenti, sarebbe avvenuto in forma privata e senza concorrenza, interponendo «però a società a lui (Francesco Izzo, ndr), più correttamente alla di lui moglie (Giulia Di Capua) riconducibili».
Nei fatti, alla Gi.Med. veniva concesso uno sconto pari al 50% del prezzo di listino. Nel dettaglio, gli investigatori hanno rilevato che la Hs Hospital Service Spa propone al consumatore finale ogni singolo ago a 1.850 euro + Iva (escluso il service del generatore). Da ciò si deduce che le società Gi.Med. e Gdc Medicali (con lo sconto del 50%) hanno pertanto acquistato dalla Hs ogni singolo ago a 925 euro più Iva. Ma, come riscontrato «in atti – constatano i magistrati – ogni ago è stato rivenduto all’Istituto Pascale a 2.090 euro più Iva (escluso il service del generatore) e quindi, compreso del service, a 2.440 euro più Iva, che incide incrementando il costo dell’ago per circa 350 euro per singolo trattamento».
Ne deriva dunque, annotano i magistrati, chiudendo il cerchio, che «le società riconducibili a Giulia Di Capua e al marito Francesco Izzo, hanno venduto gli aghi della Hs all’Istituto Pascale senza considerare il costo del service del generatore (a 2.090 euro più Iva) applicando – appunto – una percentuale di ricarico di oltre il 125% sul prezzo di costo (925 euro più Iva». Va da sé che la stazione appaltante, sottolineano gli inquirenti, «avrebbe potuto risparmiare sensibilmente se sin dall’origine si fosse rivolta al libero mercato, mediante una procedura di gara aperta».