Gli italiani sono tra i più longevi al mondo, ma c’è la carenza di ferro tra i loro punti deboli. Un problema sottovalutato che, tra l’altro, può essere spia di malattie croniche. Nel nostro Paese, infatti, un anziano su cinque convive con una o più patologie ed è, inoltre, carente di alcuni nutrienti poco assunti con la dieta, che giocano invece un ruolo importante nel determinare il decorso di malattie come Bpco, insufficienza cardiaca e patologie infiammatorie dell’intestino. Se ne è parlato al 119° Congresso della Società Italiana di medicina interna (Simi), in corso a Roma. Dove è stato annunciato l’avvio di uno studio, su 2mila pazienti cronici, per misurare l’impatto della carenza di ferro sulle patologie e sul rischio di riospedalizzazione.

L’anemia da carenza di ferro (sideropenia) – hanno spiegato gli esperti – rappresenta la più diffusa carenza alimentare: interessa circa il 25% della popolazione mondiale e causa ogni anno la morte di oltre 800mila persone. Un fattore, questo, che è ancora troppo spesso sottovalutato e sottodiagnosticato. Sebbene, infatti – rilevano gli internisti – basti un esame del sangue, semplice e poco costoso, l’anemia da carenza di ferro viene indagata solo in un caso su tre, nonostante nel paziente cronico abbia risvolti negativi sulla prognosi.

“L’anemia nell’anziano – spiega Francesco Perticone, presidente Simi – rappresenta un problema molto comune, dato che aumenta progressivamente con l’età. Tuttavia vi è sempre stata una sottovalutazione del problema anche tra i medici che tendono a considerare il fenomeno un disturbo ‘normale’, a meno che i livelli di emoglobina non arrivino a livelli allarmanti (sotto gli 8-9 g/dl considerando che i valori normali sono maggiori di 12-13 g/dl). Negli ultimi anni invece si sta osservando che la carenza di ferro nell’anziano rappresenta non solo un fattore predittivo delle malattie croniche, ma ne aggrava anche il decorso”. 

“Per questo motivo abbiamo deciso di dare inizio a uno studio multicentrico che interesserà oltre 2mila pazienti cronici, e quantificherà l’impatto della sideropenia in alcune delle più diffuse malattie croniche degenerative, che contribuisce ad aumentare riospedalizzazione e mortalità”, sottolinea Antonello Pietrangelo, presidente eletto Simi, coordinatore dello studio e direttore della divisione Medicina interna presso l’azienda ospedaliero-universitaria Policlinico di Modena.

Uno degli obiettivi Simi, si legge in una nota, è “intervenire tempestivamente sulla carenza di ferro per ridurre le complicanze e le ripercussioni negative dell’anemia nei pazienti cronici e prevedere il decorso di numerose patologie”. Gli internisti focalizzano l’attenzione sulla necessità di concepire la carenza di ferro in questa classe di pazienti in una nuova maniera. “Negli ultimi anni – dice ancora Pietrangelo – nel campo della ricerca scientifica sta emergendo sempre di più la necessità di curare questa forma di anemia nel paziente cronico attraverso l’iniezione intravenosa del ferro, piuttosto che confidare in una sua automatica risoluzione come conseguenza del trattamento mirato alla cura dello scompenso cardiaco o della Bpco”.

“Abbiamo a disposizione diverse strategie terapeutiche innovative per far fronte a questo problema – conclude Pietrangelo – ma dobbiamo aumentarne la conoscenza, anche tra i medici: esistono farmaci iniettabili innovativi che consentono di far accrescere i livelli di ferro nel paziente in modo più rapido ed efficiente. Ma c’è bisogno di definire linee guida che uniformino la scelta delle terapie più opportune al livello nazionale, oltre che raccomandazioni trasversali che aiutino a migliorare la gestione della malattia cronica con un approccio multidisciplinare”.

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