La “paura che l’arrivo di persone migranti nel nostro Paese possa nuocere alla salute di chi risiede in Italia è abbastanza diffusa. Ma è un timore che ha basi più radicate in convinzioni politiche che in evidenze scientifiche ed epidemiologiche”. A occuparsi del tema, dando una serie di risposte basate su evidenze scientifiche, è un lungo articolo pubblicato su ‘Dottore, ma è vero che…?’, il portale anti-bufale realizzato dalla Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo).

“È vero: vedere medici, infermieri e volontari così protetti”, con tute, guanti, mascherine, “può far sospettare che ritengano di esporsi a un rischio infettivo. Ma si tratta, invece, di una procedura prevista dalla Normativa di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro. Dal punto di vista strettamente sanitario, la salutedei migranti è controllata in maniera capillare e scrupolosa”, si precisa, aggiungendo che “come leggiamo sul sito Epicentro dell’Istituto superiore di sanità, ‘la nuova ondata eccezionale di migrazione che ha interessato l’Italia dalla fine del 2013 ha richiesto la continuazione e il rafforzamento delle attività di sorveglianza sindromica’. I casi di malattie infettive registrati tra i migranti non sono numerosi”.

Le malattie più frequenti nelle persone che sbarcano in Italia sono “altre e, alcune, molto particolari, come ‘la malattia dei gommoni’: le lesioni e le ustioni provocate dal carburante che, trasportato sui gommoni vicino alle persone, può rovesciarsi nella barca e miscelarsi all’acqua salata. A contatto con la pelle, la corrode provocando ferite dolorose e molto gravi”. Inoltre, “occorre considerare che persone malate difficilmente potrebbero sopportare lo sforzo di un viaggio terribilmente impegnativo come quello che intraprende chi sbarca sulle coste italiane”. 

Una delle malattie più diffuse è “la scabbia. Ma, attenzione – scrivono gli esperti su ‘Dottore, ma è vero che…?’ – non è nulla di particolarmente preoccupante. E’ un’infezione della pelle dovuta a un parassita diffuso in tutto il mondo. Compresa l’Italia. È favorita dalle condizioni di vita e, come spesso accade, chi vive in una situazione di scarsa igiene o di sovraffollamento è più vulnerabile. Diversi farmaci curano la scabbia, anche in un’unica soluzione”.

Ancora più paura fa la tubercolosi. I migranti portano la Tbc? “Probabilmente no, ma è importante vigilare non soltanto sulla popolazione migrante. Infatti, il riemergere della tubercolosi è legato a un aumento diffuso di situazioni di povertà. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, per esempio, le decine di milioni di rifugiati che vivono in condizioni molto precarie in diversi Paesi del mondo, a seguito di guerre o di catastrofi naturali, sono a rischio molto alto di sviluppare tubercolosi. La necessità di tenere sotto controllo la tubercolosi nei campi profughi e rifugiati, soprattutto in zone dove l’incidenza della malattia è già molto alta come in Africa, costituisce quindi una priorità assoluta”.

Cosa dicono i dati? Tra il 2006 e il 2015, “il numero dei casi di Tbc notificati in Italia mostra una lenta e progressiva diminuzione dell’incidenza, in accordo con quanto già accaduto nel corso degli anni: da 7,7 casi per 100.000 abitanti nel 2006 a 6,3 casi per 100.000 nel 2015 – riportano gli esperti sulla base del Rapporto OsservaSalute 2016 – Talvolta leggiamo statistiche più allarmanti, per esempio dati che riportano di un aumento della percentuale di migranti tra i malati di tubercolosi. In questo caso, il rapporto cambia solo perché sta diminuendo il numero di malati di Tbc tra gli abitanti delle nazioni che accolgono. C’è rischio di rimanere contagiati? Sebbene la tubercolosi sia una malattia infettiva, il rischio di contagio della malattia tra una persona migrante e un cittadino del Paese ospite è molto basso”. E ancora, i migranti portano l’Aids? “È vero che molti degli immigrati che arrivano in Italia provengono da Paesi in cui l’infezione da Hiv continua ad avere una elevata prevalenza. ‘Rispetto alla popolazione italiana, quella straniera residente in Italia risulta avere un’incidenza dell’infezione (seppur con una diminuzione del numero assoluto di casi) di quasi 4 volte superiore alla popolazione italiana, sebbene un’analisi di incidenza normalizzata per fascia di età porterebbe verosimilmente ad una minore differenza di incidenza’, spiegano su Saluteinternazionale.info Francesco Castelli della Società italiana di medicina tropicale e salute globale, Salvatore Geraci della Società italiana di medicine delle migrazioni e Stella Egidi di Medici senza frontiere”.

Per gli esperti, “è peraltro superfluo ricordare come l’offrire alloggio e accoglienza, per la specifica modalità di trasmissione della malattia, non rappresenta un rischio per la popolazione residente. Sono i comportamenti cosiddetti a rischio (mancato utilizzo dei dispositivi di protezione come i guanti nel personale sanitario, rapporti sessuali non protetti, scambio di siringhe) a esporre le persone a un eventuale contagio, non certo il semplice contatto o la condivisione dello stesso suolo di residenza con persone sieropositive. Varrebbe pertanto la pena, invece di porre lo stigma sulla popolazione immigrata, incrementare gli sforzi per educare la popolazione alla prevenzione e a tenere comportamenti corretti e protettivi nei confronti del contagio”.

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