Una nuova vita, una speranza, un figlio dopo aver combattuto contro un tumore. Ogni anno in Italia circa 5 mila donne under 40, secondo i dati Airtum (Associazione italiana registri tumori), vengono colpite dal cancro e sono costrette a mettere i loro progetti in stand by per impegnarsi nelle cure. Secondo un censimento realizzato nell’ultimo decennio dal Registro nazionale Pma dell’Istituto superiore di sanità (Iss), in 3.519 hanno voluto preservare la propria fertilità: 2.148 hanno fatto ricorso alla crioconservazione degli ovociti (per un totale di 17.181 ovociti), mentre per 1.371 l’opzione è stata la crioconservazione di tessuto ovarico.

I dati sono stati presentati oggi a Milano in occasione di un incontro promosso dall’Ivi, Istituto valenciano di infertilità, colosso specializzato nella riproduzione umana che conta numerose sedi nel mondo, Italia compresa. La diagnosi di tumore, riflette Giulia Scaravelli, responsabile del Registro Pma dell’Iss, “può sopraggiungere spesso prima di un figlio”, soprattutto in un Paese in cui “le donne per diversi motivi hanno procrastinato la loro scelta riproduttiva e hanno bambini ben dopo i 30 anni. Allora la battaglia è duplice, per andare avanti e per sperare in futuro di poter, se si vuole, progettare una famiglia”.

“L’avanzamento delle tecniche di riproduzione assistita, in particolare la crioconservazione dei gameti e del tessuto ovarico – puntualizza l’esperta – rendono possibile oggi offrire delle opzioni terapeutiche che facciano diventare più concrete queste speranze. Ma per poter attuare tempestivamente queste opportunità prima dell’inizio delle terapie oncologiche o di un intervento chirurgico, è essenziale che esistano percorsi dedicati con team multidisciplinari consolidati ed efficienti”. L’obiettivo da raggiungere è “la diffusione capillare della conoscenza e la formazione di reti di professionisti, in modo che tutte le pazienti e i pazienti oncologici siano informati sugli eventuali rischi delle terapie, sul loro potenziale riproduttivo e sulle eventuali possibilità per conservarlo”.

Secondo le stime, oggi il tasso di sopravvivenza a 5 anni è cresciuto fino a raggiungere l’85% per alcune neoplasie come i linfomi e il cancro al seno. La preservazione della fertilità, rilevano gli specialisti, diventa un momento fondamentale del processo terapeutico dopo la diagnosi. “La ricerca scientifica nella preservazione della fertilità ha raggiunto risultati incredibili, che fanno ben sperare per il futuro – afferma Antonio Pellicer, presidente Ivi e professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia all’università di Valencia – Il gruppo Ivi è stato il primo a dimostrare che l’uso di ovociti vitrificati, rispetto all’uso di quelli in fresco, non modifica i tassi di successo nei protocolli di riproduzione assistita; le percentuali di fecondazione, di qualità embrionaria, di impianto e di gravidanza tra ovuli in fresco e vitrificati sono sovrapponibili”.

E l’Istituto, ricorda Pellicer, ha un programma gratuito che “dal 2007 al 2017 ha permesso nelle nostre cliniche a più di 1.200 pazienti oncologiche di preservare la propria fertilità”. Il registro nazionale Pma, che l’Iss ha istituito da oltre 10 anni, ha avviato iniziative di formazione in tutta Italia per promuovere una corretta informazione su questi temi e “allo stesso tempo – aggiunge Scaravelli – incoraggia la creazione di ‘reti’, di professionisti oncologi, medici della riproduzione, ematologi, radiologi, pediatri, psicologi, infermieri, ostetriche, medici di medicina generale, associazioni di pazienti e tutti i diversi caregiver che devono prendersi cura dei pazienti oncologici, garantendo loro la migliore possibile qualità di vita, una volta superata la malattia”.

L’Iss si impegna anche nella raccolta di dati (che verrà informatizzata) sulle tecniche a disposizione e collabora con numerose associazioni di pazienti. Tra queste l’Associazione italiana malati di cancro (Aimac), che da anni è in campo per accendere i riflettori sulla tutela della fertilità, diritto “troppo spesso negato” alle donne e agli uomini che si ammalano di tumore.

“Da sempre – spiega l’avvocato Elisabetta Iannelli, vice presidente Aimac – il volontariato oncologico sostiene con forza il diritto alla maternità e alla paternità poiché anche solo la speranza di poter diventare genitori, nonostante una diagnosi di cancro, costituisce speranza di vita. E’ fondamentale affrontare il tema della preservazione della fertilità immediatamente dopo la diagnosi di tumore e prima di iniziare le terapie”. Nelle donne la neoplasia più frequente è quella della mammella, seguita da tumore alla tiroide, melanoma, cancro della cervice uterina e carcinoma del colon retto.

“L’oncologo – evidenzia Giacomo Corrado, oncologo ginecologo della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli di Roma – deve farsi carico non solo della sopravvivenza della paziente ma anche della sua qualità di vita, con uno sguardo attento al suo futuro e, per quelle più giovani, alla possibilità di avere figli. Inoltre, i dati scientifici dimostrano che gran parte dei farmaci utilizzati per i trattamenti chemioterapici in pazienti gravide al secondo e terzo trimestre è sicuro sia sul feto in via di sviluppo che sul bambino nel suo sviluppo tardivo”. Con la vitrificazione degli ovociti è possibile crioconservare gli ovuli maturi ottenuti dalla stimolazione ovarica per usarli successivamente. Con l’assenza di formazione di cristalli di ghiaccio, i tassi di sopravvivenza degli ovociti sono elevati e permettono quindi di posticipare la maternità con ragionevoli garanzie, sottolineano gli esperti.

La crioconservazione del tessuto ovarico rende possibile ripristinare la funzione ovarica, consentendo di ottenere parti spontanei, riportando i livelli ormonali a valori normali ed evitando gli effetti secondari tipici della menopausa precoce. Questo tipo di procedura è sicura in tutti i tipi di tumore tranne che per le leucemie, precisano gli specialisti, dove è presente un rischio elevato di trasferimento di cellule maligne a partire dalla corteccia ovarica preventivamente criopreservata. E’ una tecnica in via sperimentale rivolta alle pazienti con funzione ovarica a rischio: pazienti con tumore che faranno chemio o radioterapia, colpite da malattie autoimmuni per le quali ci sarà bisogno di chemio, in caso di trapianto del midollo osseo. E’ inoltre rivolta alle donne che corrono il rischio di subire ripetuti interventi chirurgici dell’ovaio, come ad esempio le pazienti affette da endometriosi.

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