Nuova scoperta sull’immunoterapia anti-cancro protagonista del premio Nobel per la medicina 2018. Secondo uno studio, appena pubblicato su ‘Nature Genetics’, i livelli di mutazione nelle cellule tumorali sono correlati alla probabilità di sopravvivenza del paziente dopo la terapia con inibitori dei checkpoint. I risultati suggeriscono inoltre che questo fenomeno si verifica in molti tipi di cancro, e quindi può aiutare i medici a prevedere quali pazienti risponderanno meglio a questa forma di immunoterapia.

Gli inibitori del checkpoint immunitario vengono utilizzati per impedire a determinati tumori di sopprimere la risposta immunitaria del corpo, che altrimenti contribuirebbe a combattere la malattia. Tuttavia i risultati di questo tipo di immunoterapia variano molto. Comprendere esattamente come risponderanno i diversi pazienti rimane un obiettivo importante per gli oncologi. Ebbene, il team dello Sloan Kettering Cancer Center di New York composto da Timothy Chan, David Solit e Luc Morris, ha valutato dati clinici e genomici relativi a 1.662 pazienti con tumore avanzato che erano stati trattati con questa terapia e 5.371 pazienti che non l’aveva ricevuta.

Gli autori hanno mappato un gruppo di geni correlati al cancro nei tumori di pazienti con malattia metastatica e hanno quantificato il livello in cui le neoplasie di ciascun paziente erano mutate (ovvero il carico mutazionale del tumore). Così hanno scoperto che i pazienti con tumori ‘più mutati’ presentavano tassi di sopravvivenza globali migliori dopo l’immunoterapia con inibitori del checkpoint. Tuttavia diversi tipi di cancro sembravano avere livelli differenti di ‘soglie di mutazione’ associate ad una migliore probabilità di sopravvivenza.

Questi risultati suggeriscono, secondo gli scienziati, che il carico mutazionale del tumore potrebbe rivelarsi un sistema di misura utile per predire la risposta di un paziente all’immunoterapia con inibitori del checkpoint. E tutto questo in diversi tipi di cancro.

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