Simona Ciniglio

Una tragedia che abbiamo seguito con orrore e che si è conclusa nel peggiore dei modi. Francesco Della Corte, il vigilante 51enne in servizio all’esterno della metropolitana di Piscinola, barbaramente ucciso a colpi di spranga da tre minorenni, è uno dei tragici effetti del male che affligge questa città. I tre ragazzini, artefici di un delitto orribile, sono stati definiti “lupi che colpiscono in branco”, “animali”; di fronte all’orrore prodotto gli è stata disconosciuta ogni traccia di umanità. Affascinati dal crimine in un quartiere che esalta la violenza fino a renderla unico credo in una vita priva di luce, ai tre minorenni è stato convalidato il fermo, l’accusa è di omicidio volontario e tentata rapina. Salute a tutti ne ha parlato con Don Aniello Manganiello.

 

Don Aniello, nella sua lunga esperienza in un quartiere come Scampia, a contatto con ragazzi difficili, le sarà capitato di incontrare profili simili a quelli dei componenti della baby gang. Come vivono questi ragazzi, chi sono?

 

Nella mia esperienza a Scampia ho avuto a che fare con tanti ragazzi difficili. Non vogliono fare niente, disertano la scuola, vivono di notte, sono pieni di rabbia. Ricordo che con qualcuno dovevo faticare perché avesse rispetto delle persone e delle strutture in cui facevamo attività, è difficilissimo gestirli. In zone simili, dove un 40% è in vario modo impiegato in attività illecite con la camorra e un 20% conduce esistenze normali, c’è una zona grigia: un 40% di famiglie oneste, ma che facilmente possono trovarsi invischiate con la malavita. E’ da questo tipo di ambiente che vengono i componenti della baby gang che si sono macchiati di un gesto terribile.

 

Infatti da quanto abbiamo letto tutti provenivano da famiglie semplici, ma non invischiate con la camorra: uno stava per partire e andare in Germania a lavorare, un altro era una promessa del calcio. Di quello che viene definito il più feroce, che avrebbe fatto quasi tutto da solo, si legge -è stato sottolineato- che nella sua stanza campeggiasse un televisore a schermo piatto, che non gli mancasse niente. Lei crede sia davvero così?

 

Un televisore a schermo piatto non significa niente in una società in cui sono i più poveri quelli che spesso si indebitano per acquistare oggetti-status. Un televisore a schermo piatto non cancella i vuoti affettivi, non ci dice niente dell’atmosfera che si respirava in famiglia, a scuola, nel quartiere.

 

L’opinione pubblica si è divisa tra chi addebita tutte le colpe alle famiglie e chi invece riconosce nei ragazzi delle indoli malvagie, deviate, ansiose di spartirsi 600 euro dalla vendita di una pistola e pronti a uccidere per soldi, o forse solo per noia. Il padre di uno dei tre, del più violento, ha detto che : “Un figlio viene come vuole lui, come le piante, crescono storte o dritte e tu non ci puoi fare niente”. La madre di un altro: “Mio figlio è un assassino, non mi vedrà mai più”. Come valuta questo atteggiamento?

 

Certo che non è un atteggiamento giusto. Questi ragazzi hanno fatto qualcosa di orribile, ma da quanto tempo non andavano a scuola? La dispersione scolastica è la prima tra le cause di corruzione di questi ragazzi. Noi abbiamo sempre fatto grandi battaglie per riportarli a scuola, questi sono ragazzi completamente abbandonati a se stessi. Con l’Asd Oratorio don Guanella Scampia calcio abbiamo cercato sempre di insegnare loro l’autocontrollo, a coltivare un rapporto tranquillo e rispettoso dell’avversario. E sa che quando abbiamo avuto casi di ragazzi espulsi-anche per tre anni- dai campi di calcio per aggressioni agli arbitri, noi ce ne siamo fatti carico, ci siamo preoccupati per loro. E a questi ragazzi non sembrava vero che qualcuno se ne curasse, che la loro vita potesse interessare qualcuno.

 

Il cugino di uno dei tre colpevoli dell’omicidio ha scritto una lettera a Il Mattino per riabilitare la famiglia, spiegando che la madre si è sempre sovraccaricata di lavoro per mantenere i figli. “Per non fargli mancare niente”. Un punto di vista del genere è sicuramente limitato, ma ancora una volta, di chi è la colpa? Possiamo dire che anche i genitori non hanno gli strumenti per realizzare le proprie responsabilità?

 

Certo che è limitato come punto di vista, non basta sfamare un ragazzo, comprargli cose per salvarlo, soprattutto non in un ambiente del genere. Durante una delle mille battaglie per la dispersione scolastica che ci trovammo a ingaggiare, sa cosa risposero alle Istituzioni le famiglie di Scampia, accusate di non seguire i ragazzi, di non controllare che questi andassero a scuola? “Dateci venti euro al giorno e noi ce li portiamo, a scuola”.

 

Quindi a quanto pare le responsabilità, se ci sono, sono un po’ più in alto. Lei ha spesso dichiarato di essere abbandonato nelle sue lotte dalle Istituzioni, ma come si salva Scampia da sola?

 

Guardi, io le dico che noi abbiamo sollecitato milioni di volte il Comune per un campo di calcio appena decente, abbiamo giocato nonostante gli spalti inutilizzabili, con le luci (che pure pagavamo) non funzionanti. Però se aspettiamo un aiuto esterno ci stiamo adagiando. Basta con questa mentalità meridionale, con questo fatalismo, la rassegnazione. Facciamo rete, rimbocchiamoci le maniche. Quello che è successo deve essere un segnale, è un segnale, forte. Scampia, i quartieri difficili, a Napoli come altrove, vanno risanati, ma è un lavoro di bonifica: sociale, territoriale che va affrontato. Altrimenti tragedie come questa non potranno che ripetersi.

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