Mario Caiazzo

Diverse le indagini che finora hanno riguardato le presunte infiltrazioni della criminalità organizzata negli ospedali napoletani. Tra i vari filoni d’inchiesta anche quello sulla gestione dei bar e dei punti di ristoro che si trovano in alcuni nosocomi. Secondo quanto appreso da fonti confidenziali, i clan, nel corso degli anni, avrebbero contattato alcuni titolari di tali attività chiedendo non solo l’assunzione di persone vicine alle organizzazioni, ma anche che acquistassero determinati prodotti. Se per i supermarket esiste il racket per imporre l’acquisto del pane, nei bar di alcuni drappelli sanitari assistiamo a quello del caffè di una determinata marca.

Naturalmente ciò non esclude che nel periodo delle tre feste comandate (Natale, Pasqua e Ferragosto) gli emissari delle cosche passino a riscuotere la cosiddetta tassa per i carcerati. Un’abitudine ricorrente, quest’ultima, che come abbiamo visto, non risparmia alcuna attività commerciale. Snocciolando alcuni dati che si rilevano dalle inchieste, almeno in una decina di casi acclarati, titolari dei bar che si trovano nei nosocomi partenopei, avrebbero subìto pressioni dalla malavita organizzata per l’acquisto di caffè di un determinato marchio.

Nel corso di altre inchieste, invece, è emerso che affiliati ai clan avrebbero «caldeggiato» l’assunzione di familiari e di persone a loro vicine presso bar e tavole calde.

Naturalmente il giro illecito si gestisce tra le cosche a livello territoriale, quindi per zona di competenza. Un affare collegato a doppio filo al resto delle attività considerate di indotto e presumibilmente portate a termine dalle organizzazioni criminali nei nosocomi di Napoli e provincia. Per arginare la diffusione di tali modalità e per contrastarle, si schierano le forze dell’ordine attraverso un lavoro fatto di inchieste e caratterizzato dall’utilizzo di mezzi di intelligence, quali intercettazioni telefoniche e ambientali.