«Ogni clan era riuscito ad inserire nella ditta che si occupava di pulizie nell’ospedale “scelto”, diverse persone. I boss facevano assumere anche figli e i parenti prossimi, così da giustificare i soldi che dalla cosca finivano direttamente alla sua famiglia come sostentamento. Parliamo di 3.000 euro al mese per ognuna delle persone assunte».

Carlo Lo Russo, capoclan ora pentito di Miano, fratello del collaboratore di giustizia Mario

A parlare è Mario Lo Russo, ex appartenente al clan di Miano e collaboratore di giustizia. Il verbale risale al 15 aprile del 2016 ed è stato redatto alla presenza dei pm della Dda, che lavorano per svelare le connessioni esistenti tra camorra e imprenditoria impegnata con appalti negli ospedali della zona collinare di Napoli. Nel suddetto verbale, Mario Lo Russo spiega pure ai magistrati che un suo stesso nipote, tale Lellè, «diventò un dipendente di una impresa di pulizia. È figlio di mio fratello, ha un posto fittizio all’ospedale. Lui, come la madre, percepisce dal clan 3mila euro al mese». Il collaboratore di giustizia a marzo del 2015 aveva pure riferito ai pm, come fosse possibile mantenere gli affiliati in carcere, grazie ai ricchi proventi realizzati con l’affare degli ospedali.

Il boss del Vomero, Luigi Cimmino

Lo Russo evidenziò pure i particolari della spartizione che avveniva tra i clan e riguardava la gestione dei traffici illeciti negli ospedali; a dividersi la torta l’organizzazione di cui faceva parte lo stesso Lo Russo e le cosche di Vomero e Arenella. «Gli ospedali erano divisi con Luigi Cimmino (capoclan del Vomero) – fa mettere a verbale il pentito Mario Lo Russo – Il Policlinico era nostro, mentre il Pascale, il Monaldi e il Cardarelli erano di Cimmino e di Antonio Caiazzo. In questo caso noi prendevamo le quote».

Antonio Caiazzo, boss del Vomero-Arenella

Qualche anno prima, mentre è a colloquio in carcere con il suo legale, proprio il boss Caiazzo parla dei contrasti da appianare con i Lo Russo. Perché non è d’accordo circa l’idea di spartire. Alla fine della conversazione, l’avvocato chiede a Caiazzo quale sia la risposta da riferire fuori dal carcere. Caiazzo, secondo quanto è stato ricostruito dagli inquirenti, prima afferma: «Se questi continuano a insistere… ». Poi, mima il gesto della pistola, facendo intendere che in casi estremi, bisogna ricorrere ad estremi rimedi.

Mario Caiazzo

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