Dopo aver tentato di uccidere la moglie che voleva lasciarlo, ha ucciso le due figlie di 8 e 13 anni e poi si è suicidato. E’ la tragica strage familiare che si è consumata oggi a Latina, di cui continuano a giungere dettagli e aggiornamenti. Il carabiniere 44enne, omicida-suicida, non accettava la separazione dalla moglie: una triste dinamica che sempre più di frequente caratterizza gli episodi di violenza familiare, che non di rado sfociano in femminicidi. Salute a tutti ne ha parlato con il Prof. Luigi De Maio, psichiatra, autore di varie pubblicazioni sul tema della separazione.

Prof De Maio, in che modo, da una mancata accettazione della fine di una relazione può generare un tale orrore?

Non bisogna generalizzare, ovviamente. In questo caso abbiamo un vissuto per cui il soggetto ha proiettato su questo rapporto, sulla famiglia e sul rapporto con la moglie le sue difese rispetto al sociale . Come se noi creassimo una sorta di gabbia protettiva intorno a noi per difenderci dallo stress e dalle tensioni, dalle insoddisfazione e dai problemi che abbiamo. Nel momento stesso in cui questa gabbia si apre è un vero e proprio terremoto per una persona particolarmente controllante, ansiosa, timorosa di perdere questo tipo di sicurezza. Qualora una persona va via si innesta un processo di psicosi, in questo caso possiamo parlare di un soggetto probabilmente psicotico. Quello che è avvenuto è una pulsione psicotica: improvvisamente si rende conto che il suo universo potrebbe crollare e quindi distrugge ciò che ne è la causa, la moglie. Come se non ci fossero più le risorse dentro di sé, all’abbandono si somma la frustrazione e il senso di impotenza, il giudizio degli altri: una serie di problematiche che rendono il soggetto capace di difendersi soltanto commettendo l’omicidio. Cioè eliminando colui o colei che è la causa di tutta la sua sofferenza, perché di sofferenza stiamo parlando. Noi giudichiamo in senso negativo perché chiaramente è una persona che ha compiuti una strage, ma bisogna anche valutare che parliamo di una persona che ha attraversato una tale sofferenza da ipotizzare che l’unica cosa che potesse fare fosse questa.

Perché infierire anche sulle bambine, se la separazione era stata intrapresa dalla moglie?

Distruggere il nucleo significa azzerare l’origine del problema, l’esistenza del tutto: non c’è più mia moglie , non ci sono più io, non ci sono più le mie figlie, non esiste più la mia genìa. Come se io distruggessi me stesso alla radice. Questa una volta era la sindrome di Medea che interessava le madri. Cancellare il nucleo familiare e se stesso è cancellare il dolore. Molte volte è proprio questo che facciamo per eliminare il dolore, neghiamo qualsiasi aspetto vi sia legato. Purtroppo in questo caso coinvolgendo delle vittime innocenti. Sicuramente c’erano già delle problematiche comportamentali che avevano portato alla separazione, perché l’amore finisce sempre, quello è il suo corso naturale, ma per decidere di separarsi devono intervenire altri fattori.

Quale quadro esistenziale può portare a episodi psicotici così gravi?

Lo stress del lavoro, la situazione economica, le condizioni fisiche, non è una cosa che compare improvvisamente. Ci sono tante motivazioni che si sommano insieme, di cui la separazione è il punto di rottura, e quello che è accaduto è un ulteriore punto di rottura. Per trovarsi a fare l’arma, l’omicida avrà fatto dei test, quindi da un punto di vista psichico doveva essere stato una persona sana. Poi sono tante le confluenze, le latenze individuali. La meticolosità e le rigidità caratteriali che ammiriamo in alcune persone spesso sono un’arma a doppio taglio.

Cosa si può fare in un’ottica di prevenzione di simili tragedie, come affrontare gli indizi di una situazione familiare che sta degenerando?

Sta raccontando una favola. E’ una favola, perché per molto tempo in cui questi soggetti restano vincolati alla famiglia c’è sempre un tentativo di proteggere, le stesse mogli non riescono ad accettare che i mariti cambino. Noi non siamo educati alla protezione di noi stessi, poiché si è portati a giustificare, ammesso e non concesso ci siano stati atti di violenza familiare pregressi.
Ciò che andrebbe fatto è trattare con attenzione un certo tipo di lavori. Quello del carabiniere è un lavoro stressante, perché un lavoro di potenza e di impotenza nello stesso momento. Potenza di divisa, del ruolo, ma molte volte questi uomini sono impotenti nell’azione e anche nel difendere loro stessi. Avrebbero bisogno di canalizzare la loro rabbia, la loro frustrazione. Se questo non accade si tende poi ad aggredire i più deboli. Sotto questo aspetto sono a rischio tutte le professioni che implicano un certo livello di gestione di potere, come anche quella del manager. Non sempre si è vincenti, non sempre si può controllare quello che accade, ne deriva aggressività e atteggiamento svalutativo con i dipendenti. Il potere si esercita in tanti modi, essenzialmente nel soggiogare qualcuno . E’ un modo per nascondere il proprio narcisismo, la propria impotenza, le proprie debolezze.

L’aumento delle violenze domestiche e femminicidi può essere una controindicazione del cambiamento nelle relazioni uomo-donna, dell’emancipazione femminile e del modello di relazione paritaria che (almeno su carta) caratterizzerebbe l’Occidente già da una cinquantina d’anni?

Altro problema fondamentale è infatti la grande frustrazione del maschio in questo momento storico, che non si sente più potente, da tutti i punti di vista, essenzialmente anche da quello sessuale. Adesso le donne non lo blandiscono più, facendolo sentire potente, le dinamiche relazionali sono cambiate, cosa che destabilizza l’uomo. Questo molte volte determina nella gestione della vita di coppia un forte senso di impotenza, qualcosa che va continuamente a colpire a fondo nelle insicurezze personali e sociali.

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