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Mario Caiazzo

Sono molti i reclusi che nel corso degli anni hanno provato a fare carte false pur di provare ai giudici di essere affetti da patologie psichiatriche e quindi di non essere compatibili con il regime carcerario. Alla fine degli anni Settanta, i consigli per fare il pazzo viaggiavano veloci attraverso il tam tam dei penitenziari campani, tra affiliati di Nco da una parte e Nuova famiglia dall’altra.
Del resto, la storia della camorra lo insegna, sono numerosi i boss che grazie a perizie compiacenti e a performance da attori consumati sono riusciti a farsi trasferire presso ospedali psichiatrici giudiziari, da dove sarebbe poi stata più semplice la fuga. Il primo fu il padrino della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo: io sono un pazzo, ma un pazzo intelligente. Era il 1978. All’epoca, raccontano i collaboratori di giustizia, i certificati che attestassero la pazzia, il vizio totale di mente, arrivavano a costare anche 150 milioni di lire.
Oggi le cifre sono molto più abbordabili, secondo indagini della magistratura, basterebbero circa 500 euro (e naturalmente un medico che sia disposto a rischiare la galera e a compromettere per sempre la sua carriera); oggi, la parola maggiormente usata dai reclusi è depressione.

Il boss della Nco, Raffaele Cutolo

Se non si scontano pene inflitte per reati importanti, basta riuscire a farsi certificare di essere affetti da psicosi, attacchi di ansia, dimagrimento patologico. E’ la regola base, la regola seguita da chi prova a lasciare il carcere per i domiciliari. Ma in cella si finge di essere pazzi anche per ottenere la pensione di invalidità. Di recente uno dei clan più attivi nella zona vesuviana, la cosca dei Troia di San Giorgio a Cremano, è stata scompaginata da un’operazione delle Dda. Durante un colloquio intercettato in carcere tra la moglie di Ciro Troia e uno dei loro figli, ci si riferisce proprio al padre: «Ma allora, papà, veramente ha perso la testa?». «No – risponde la madre -, sta facendo finta per avere la pensione».