Il suicidio resta un’importante causa di mortalità tra gli italiani più giovani. Con un tasso di 4,3 decessi per 100 mila residenti, i suicidi rappresentano quasi il 12% delle morti tra i 20 e i 34 anni (oltre 450): circa una su 8. E’ quanto emerge dal report dell’Istat su ‘La salute mentale nelle varie fasi della vita’, relativo al 2015-17.

Su scala globale l’Oms stima che quasi 800 mila persone muoiono per suicidio ogni anno, e nei giovani tra i 15 e i 29 anni il suicidio rappresenta la seconda causa di morte. In Italia nel 2015 si sono verificati 3.988 decessi per suicidio, con un tasso pari a 6 per 100 mila abitanti. Questo valore risulta tra i più bassi in Europa, dove il tasso medio è di 11 decessi per 100 mila. Con valori di poco inferiori a quelli di Regno Unito e Spagna, il nostro Paese si posiziona al terzultimo posto prima di Cipro e Grecia, e mantiene tale posizione per entrambi i generi. Tuttavia tra la popolazione anziana (65 e più) il rischio di suicidio aumenta anche in termini relativi, con livelli superiori a quelli di Irlanda, Grecia, Regno Unito, Cipro e Malta.

Ancora per quanto riguarda l’Italia, nelle età intermedie (35-64 anni) si è registrata una sensibile crescita del rischio di mortalità per suicidio dal 2008 che ha visto il suo picco nel 2012, con un tasso di 8,5 decessi per 100 mila (e una successiva diminuzione fino a 7,6 nel 2015).

L’età più a rischio di suicidio resta comunque quella degli ultrasessantacinquenni, con un tasso pari a 10,5 per 100 mila persone e marcate differenze di genere (19,0 per gli uomini e 4,0 per le donne). A tutte le età esistono importanti differenze di genere a svantaggio degli uomini (10 per 100 mila) rispetto alle donne (3 per 100 mila). Se si guarda alle differenze territoriali, i tassi più elevati di mortalità nel 2015 vanno al Nord-Est (con 7,6 decessi per 100 mila abitanti), mentre dall’altro lato c’è il Sud (4,7).

Nella mortalità per suicidio, inoltre, “si osservano importanti differenze socioeconomiche”, riferisce l’Istat: il rischio di suicidio è 1,4 volte superiore nelle persone con al massimo la licenza media inferiore rispetto ai laureati.

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