In occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro 2019, celebrata ieri, abbiamo intervistato il Direttore UOC di Oncologia del Monaldi, il dott. Vincenzo Montesarchio.

 

Dott.Montesarchio, 18 milioni di nuove diagnosi registrate nel 2018, nel mondo, e le stime prevedono che entro il 2030 ci saranno più di 26 milioni di pazienti affetti dalla patologia. In Italia oltre 1000 persone ogni giorno scoprono di essere malate di cancro. Com’è la situazione in Campania?

In Campania non risultano incrementi nel numero delle diagnosi, e potendo contare sull’85% di penetranza sul territorio nazionale sono dati attendibili. Al momento non è semplice stabilire se ci siano incrementi in alcune zone piuttosto che in altre, perché sarebbe necessario epurare una serie di fattori, effettuare una scrematura e un lavoro che al momento non è agevole. Di sicuro c’è un incremento della mortalità, dovuto a diagnosi tardive e bassa aderenza agli screening oncologici.

 

Vuol dire che in Campania la prevenzione non è efficace?

È un problema sociale e culturale: manca la cultura della prevenzione, l’idea che i controlli possano essere determinanti, anche per chi apparentemente è in buona salute. Di fatto un cancro curato prima è un cancro curato meglio.

 

A parte gli screening, cosa bisognerebbe fare (o non fare) per prevenire l’insorgere di queste patologie?

Il fumo è un grande fattore cancerogeno, ed è un fatto noto. Ma forse non tutti sanno che fumare ha un’incidenza non solo sul cancro del polmone, ma anche sul cancro della mammella, della bocca, dell’esofago, della vescica. Stesso discorso per l’obesità: in Campania il 50% dei bambini è obeso ed è provato che l’obesità è legata al cancro della mammella, a quello della prostata.

 

Le cure per il cancro però sono molto migliorate.

Siamo nella terza era per la cura del cancro: dopo la chemioterapia e i farmaci biologici oggi possiamo contare sulle terapie immunologiche. I farmaci immuno oncologici attivano i nostri linfociti che ci difendono dal cancro. Le terapie immunologiche hanno prodotto grandi risultati per il melanoma, per il cancro del polmone e per il carcinoma renale.

 

Come procede in Campania la rete oncologica?

La rete oncologica sta lavorando in modo importante, permettendo un’adeguata presa in carico dei pazienti e limitando la migrazione sanitaria. La sanità campana ha buone capacità, quella italiana è tra le migliori al mondo per l’accessibilità universale alle cure, ma bisogna superare la disaggregazione creando percorsi sul territorio in grado di rispondere velocemente ai pazienti. Il problema resta infatti quello delle liste d’attesa, ma è importante considerare che talvolta è meglio aspettare tre mesi per essere operati bene, che due per essere operati male. Ci sono casi in cui per ridurre i tempi i pazienti si fanno operare in strutture fuori dalla Campania, che però non sono centri di riferimento oncologici, dove operano chirurghi con esperienza limitata e manca la competenza dei riferimenti oncologici.

 

Quindi possiamo essere ottimisti?

Dobbiamo esserlo. In Campania lottiamo con mancanze ataviche, ma finalmente abbiamo risorse dedicate in termini di fondi e personale. La rete oncologica permette una buona comunicazione e scambio sul territorio, ed è l’unica risposta alla migrazione sanitaria.

 

Le storie di luminari dell’oncologia e specialisti che scelgono di restare in Campania suscitano sempre sorpresa. Lei è tra quelli che non lascerebbe la Campania?

Assolutamente, c’è tanto da fare e dobbiamo farlo qui. Non ci sono solo le storie di specialisti che si rifiutano di partire, come ultimamente il dott. Ascierto. Ci sono anche i ritorni in Campania, ed è giusto così. Dobbiamo rimboccarci le maniche, facciamo i conti con il passato ma guardiamo avanti.

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