Mario Caiazzo

Ci sono i clan dietro i gruppi di borseggiatori che agiscono negli ospedali napoletani. Seppur i componenti non siano tenuti a versare la classica tangente alla camorra (ma un «regalo», una tantum), devono comunque sottostare alle regole imposte dall’organizzazione criminale che controlla il territorio in cui operano. Tra esse quella che non si può lavorare, senza il necessario permesso, in una zona dove opera un’altra «paranza».

L'ospedale Cardarelli
L’ospedale Cardarelli

Ad esempio, se un gruppo proveniente da piazza Garibaldi o dall’Arenaccia decidesse di trasferirsi nei nosocomi dell’area collinare, dovrebbe per forza di cose chiedere l’autorizzazione prima ai colleghi di Secondigliano (che storicamente agiscono in quegli ospedali) e poi alle cosche. Invero si registrano spesso sconfinamenti, ma in tal caso è possibile chiedere l’intervento del capozona di questo o quel clan, chiamato a dirimere le controversie. Tutto ciò sta a testimoniare il fatto che tutti i gruppi devono comunque dare conto alle cosche e nel caso sgarrino non sono immuni da punizioni, che nella maggior parte dei casi si tramutano in una sorta di sanzioni pecuniarie. Il tenore sarà comunque deciso dal capozona.

Per il resto, i borseggiatori che agiscono nei nosocomi partenopei, appaiono essere slegati dalle altre regole che vigono
nei clan e che devono essere rispettate dagli affiliati; i ladri esercitano una specie di gestione autonoma dovuta
alla peculiarità del loro «lavoro».

Il clan di riferimento però, spesso si serve dei gruppi di borseggiatori per recepire informazioni; attraverso loro trae notizie sull’ospedale, in cui ad esempio si decida di agire infiltrandosi o principiando un qualsiasi giro illecito. Come risulta da diverse inchieste della magistratura la camorra ha delle vere e proprie talpe all’interno dei nosocomi e i ladri sono tra gli informatori più attivi.