Le donne senza sintomi e non a rischio di tumore dell’ovaio non devono sottoporsi allo screening. La raccomandazione arriva dalla Us Preventive Services Task Force, in seguito a una revisione delle prove sui benefici e sui rischi dello screening per il carcinoma ovarico in donne asintomatiche che non sono a rischio elevato di malattia. Si tratta di un aggiornamento dalle indicazioni del 2012, da cui emerge che non ci sono prove sufficienti sul legame tra esame e riduzione di questo tumore. Anzi, l’effetto può essere controproducente come i possibili danni legati a interventi chirurgici non necessari.

Il tumore all’ovaio è uno dei temi principali del Congresso europeo di oncologia medica (Esmo), in corso a Monaco di Baviera con oltre 27 mila partecipanti tra specialisti, associazioni, esperti del settore. Fra i lavori presentati, numerosi studi in ‘real life’, condotti cioè su pazienti della ‘vita reale’. “Le sperimentazioni coinvolgono pazienti selezionati, con l’obiettivo di testare efficacia e sicurezza di farmaci fino all’approvazione. Negli studi di tipo real life, invece – spiega Sandro Pignata, direttore dell’Unità di oncologia medica uroginecologica all’Istituto tumori Fondazione Pascale di Napoli – ci sono criteri di inclusione meno rigidi e si va a vedere ciò che accade davvero nella pratica clinica. La vita reale è diversa rispetto ai pazienti arruolati nei trial ufficiali, che hanno criteri stringenti”.

“Gli studi registrativi dei farmaci includono il 3% della popolazione che si vede in realtà negli ospedali, quindi una popolazione molto selezionata – sottolinea l’esperto – Con le ricerche in real life vogliamo ribaltare questa proporzione e avere una risposta chiara su tutti, a prescindere da variabili come l’età o malattie concomitanti”.

All’Esmo è stato presentato uno studio di questo tipo, che ha coinvolto 224 pazienti in real life di 50 centri europei (dalla Francia alla Spagna alla Germania), tra cui 18 strutture di tutta la Penisola (da Milano a Napoli, da Aviano a Bari, da Torino a Roma e Brindisi) per un totale di 96 pazienti in Italia. Lo studio prospettico riguarda una molecola contro il tumore dell’ovaio, prodotta da Pharmamar, in combinazione con un chemioterapico in nuova formulazione (doxorubicina liposomale pegilata) nei pazienti platino-sensibili con recidiva di tumore ovarico, indipendentemente dall’uso di un farmaco antiangiogenico.

“I risultati sono positivi soprattutto per due motivi – riferisce Pignata, che è il coordinatore internazionale – innanzitutto per l’efficacia paragonabile, se non migliore, rispetto agli studi che hanno portato alla registrazione del farmaco, poi per l’inclusione di pazienti in più linee di trattamento. Significa che nel tempo è migliorata la pratica clinica e la gestione della terapia e dei pazienti. Molti continuano la cura senza problemi, poiché sono stati minimizzati anche gli eventuali effetti collaterali”.

I risultati dello studio, infatti, suggeriscono che la combinazione terapeutica analizzata è “efficace nella recidiva del tumore dell’ovaio, indipendentemente dall’uso precedente di antiangiogenici”.

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