Emicrania, “una malattia neurologica vera e propria e non un sintomo di altri disturbi, di cui soffre il 12% della popolazione mondiale, circa 7 milioni di italiani, in particolare fra i 20 e i 50 anni, e soprattutto donne. Di questi 7 milioni di connazionali, oggi il 30% (oltre 2,2 mln) dovrebbe seguire, oltre a quella sintomatica, anche una terapia preventiva. Ma ci sono alcuni ostacoli che impediscono il corretto trattamento di questi pazienti”. A tracciare il quadro della situazione, in occasione dell’European Migraine Day of Action in programma domani, Piero Barbanti, direttore dell’Unità di Cura e Ricerca sulle cefalee e il dolore dell’Ircss San Raffaele Pisana di Roma.

L’emicrania, ribadisce l’esperto, è “una malattia vera e propria dovuta a un cervello, probabilmente ereditato su base genetica, che trasforma inutilmente in un forte dolore cefalico stimoli non dolorosi come i cambi di clima, le variazioni ormonali o delle ore di sonno, o ancora il passaggio da una condizione di stress al relax. Tutte situazioni che un cervello non emicranico invece non percepisce”. Come distinguere l’emicrania da una semplice e sporadica cefalea? “Innanzitutto il dolore non è mai lieve, è sempre moderato o severo per definizione – descrive il neurologo – si diffonde per metà della testa, non risponde ai normali analgesici, peggiora muovendosi e si associa ad alcuni altri sintomi, come fastidio nei confronti di luci e rumori, nausea o vomito. Insomma, un forte mal di testa, unito a un forte mal di mare”.

Una condizione “ormai molto conosciuta e molto ben trattabile – ribadisce Barbanti – se non fosse per alcuni ostacoli. Il principale è che non tutti i medici sanno che esistono cure preventive, e quelli che lo sanno non sempre le erogano. Altro problema è che finora le cure preventive sono state tutte cure in qualche modo ‘riciclate’, prese in prestito da altre malattie (epilessia, ipertensione, depressione, aritmie cardiache) perché si sono dimostrate efficaci per la cura dell’emicrania”. Efficaci, ma purtroppo non prive di effetti collaterali, “spesso non sopportabili e che portano dopo 3 mesi il 35% dei pazienti all’abbandono delle cure”. 

C’è poi un altro grande problema relativo al trattamento di questa malattia e cioè, evidenzia ancora l’esperto, “credere che sia un sintomo di altro disturbo, e quindi spesso dietro consiglio del medico, in buona fede, si iniziano a scandagliare le possibili cause spendendo soldi inutili per visite al collo, alla vista. Tutto inutile. Il primo bisogno inascoltato del paziente è di essere diagnosticato al primo colpo, senza fare ‘giri delle sette chiese’. La seconda necessità è avere il trattamento giusto, quello sintomatico per spegnere l’attacco e quello preventivo in grado di non farlo tornare. Negli ultimi 5-6 anni sono stati studiati i primi trattamenti specifici e selettivi per prevenire l’emicrania, una sorta di abito tagliato su misura contro questa malattia. Si tratta di anticorpi che vanno a bloccare una sostanza chiamata Cgrp (peptide correlato al gene della calcitonina) o il suo recettore”.

Aimovig* (erenumab), il farmaco di Novartis “che sta per uscire anche in Italia dopo essere stato approvato a maggio dalla Fda Usa e a luglio dall’Ema, è appunto un anticorpo monoclonale contro il recettore del Cgrp, che svolge un ruolo critico nella mediazione del dolore invalidante dell’emicrania. E quel che è più importante, ha una tollerabilità uguale al placebo: il paziente non ingrassa, non viene stordito, non ha sonnolenza, non ha depressione, non ha deconcentrazione, come avviene con le vecchie opzioni. E’ anche un prodotto molto pratico: il paziente finora doveva assumere, per 4-6 mesi, 2-4 compresse al giorno, mentre erenumab viene somministrato sottocute una volta al mese, per un tot di mesi”.

Quanto all’efficacia, “è paragonabile ai migliori farmaci in commercio (per altre patologie, ma usati contro l’emicrania) – ricorda l’esperto – ma stavolta completamente senza effetti collaterali. E gli studi dimostrano anche che questo anticorpo funziona meglio nei pazienti che hanno avuto fallimenti terapeutici precedenti o con concomitante depressione. In più, nell’uso a lungo termine c’è una percentuale di pazienti pari a un quarto che giunge alla scomparsa completa dei sintomi”. 

Più nel dettaglio, “noi possiamo dire che un medicinale contro l’emicrania è efficace quando perlomeno riduce del 50% gli attacchi. Con erenumab questo avviene nel 65% dei pazienti, ma i ricercatori hanno voluto vedere in quanti pazienti gli attacchi si riducono di almeno il 75%: è emerso che ciò avviene nel 45% dei casi e nel 25% si arriva a una risposta al 100%, che equivale alla scomparsa dei sintomi”.

Si tratta, conclude Barbanti, “di farmaci tecnologicamente avanzati e che avranno un loro costo, che renderà necessario stabilire quando e a chi erogarli. Rappresentano però l’inizio di una nuova era: è la prima volta che abbiamo delle terapie specifiche, che non devono essere percepite come molto forti, soprattutto perché con l’assenza completa di eventi avversi rappresentano per noi uno strumento per far emergere i casi sommersi e di trattarli, senza avere il timore di fare più danni che altro”.

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