Ancora poco usata in Italia (appena da un paziente su tre) è la cardiologia riabilitativa, ovvero una serie di interventi (dalla riabilitazione motoria alla dieta ai trattamenti farmacologici) indicati dopo un infarto e dopo interventi di cardiochirurgia coronarica (by-pass) e valvolare e nello scompenso cardiaco, interventi salva-vita che riducono mortalità e riospedalizzazioni del 30%.
Sono i dati che arrivano dal congresso della Società italiana di prevenzione, riabilitazione ed epidemiologia cardiovascolare (GICR-IACPR) in corso a Genova, in cui è stata presentata anche la nuova frontiera del settore: la ‘cardiologia riabilitativa 3.0’, che si avvarrà sempre più di soluzioni di e-health e di mobile-health, quali sensori indossabili dal paziente che consentiranno il monitoraggio da remoto di una serie di parametri vitali e ne controlleranno l’aderenza alla terapia, un aspetto fondamentale perché oltre un paziente su due smette di prendere i farmaci a distanza di 2 anni dalla prescrizione.

“La cardiologia riabilitativa è la branca forse meno conosciuta e blasonata della cardiologia – rileva Roberto Pedretti, presidente di GICR-IACPR e Direttore del Dipartimento di Cardiologia Riabilitativa, Istituti Clinici Scientifici Maugeri, IRCCS, Pavia – ma il non avviare un paziente cardiopatico dopo un evento acuto ad un programma di cardiologia riabilitativa equivale ad un ‘sottotrattamento’, quindi ad esporlo ad un rischio di morte e riospedalizzazione aumentato sino al 30-40%”. Uno dei problemi, spiega Pedretti, emerge dall’ultimo censimento della cardiologia riabilitativa (del 2013) condotto da GICR-IACPR, secondo cui in Italia vi sono appena 221 strutture dedicate alla cardiologia preventiva e riabilitativa (CPR), in media 1 struttura ogni 270 mila abitanti, distribuite però in maniera non uniforme sul territorio nazionale, per di più prevalentemente in regime di degenza.

“Per incrementare il numero di pazienti trattati – conclude Pedretti – sarà senza dubbio necessario incrementare le strutture di riabilitazione cardiologica sia ospedaliera che ambulatoriale”. E cosa ci attende per il futuro? “La cardiologia riabilitativa – prosegue Pedretti – dovrà sempre più fare i conti con la popolazione anziana, destinata a crescere negli anni, con le sue problematiche di fragilità e di barriere all’accesso alla CPR. Anche la cardiologia riabilitativa si appresta dunque a fare il suo ingresso nella dimensione 3.0, quella del futuro”. Se la dimensione 1.0 della cardiologia riabilitativa aveva una connotazione prevalentemente ‘esercizio-centrica’, quella 2.0 è entrata nell’ottica della ‘multidisciplinarietà’, comprendendo inoltre al suo interno attività quali la stratificazione prognostica, la stabilizzazione clinica del paziente, l’ottimizzazione della terapia. La nuova frontiera sarà sempre più rappresentata dall’uso di strumenti digitali (e-health), quali sensori di segnali biologici indossabili e applicazioni di mobile-health (m-health) che contribuiranno a motivare il paziente e alla gestione ambulatoriale a lungo termine del paziente cardiopatico, assicurandone l’aderenza alle prescrizioni farmacologiche e ad un corretto stile di vita: dieta sana, esercizio fisico e astensione totale dal fumo.

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