Mario Caiazzo

Tutto comincia con una lettera rinvenuta negli spogliatoi dell’autoparco del Cardarelli, dove Carmine F. lavorava. La ‘missiva’, una sorta di ‘testamento’ autografo, è stata scritta proprio da F. che in tal modo avrebbe descritto quali vessazioni era costretto a subire insieme alla sua famiglia, da parte di Giulio De Angioletti.

Quello scritto sarebbe stato prodotto perché nel caso fosse capitato qualcosa di brutto ai familiari di F., gli inquirenti avrebbero dovuto ritenere responsabile Giulio De Angioletti.

All’interno del foglio dattiloscritto, oltre ad elementi attinenti con l’organizzazione dei clan, vengono pure riportati quelli che si riferiscono ai rapporti che Giulio De Angioletti e i Lo Russo avevano negli ospedali. Vengono tirati in ballo anche boss di altri quartieri di Napoli, come Luigi Cimmino del Vomero. In pratica, racconta F., che poi confermerà ai pm il contenuto di quel foglio, “ero costretto da anni a subire vessazioni da parte di Giulio De Angioletti, al quale sono legato da rapporti di parentela. Per questo, lo ho anche aggredito”. La circostanza si riferisce a un evento, frutto dell’esasperazione di F.(che, lo ribadiamo è da considerarsi parte lesa), che in un’occasione si sarebbe ribellato al parente, che lo avrebbe costretto nel corso degli anni ad ospitare in casa sua summit, in cui, secondo gli inquirenti, si parlava pure della gestione del giro delle tangenti negli ospedali.

Quelli nel mirino erano soprattutto i nosocomi della zona collinare: Policlinico, Cardarelli, Monaldi e Pascale.

Ma Giulio De Angioletti, considerato organico della cosca Lo Russo di Miano, afferma F.: “Aveva anche rapporti – e insieme a lui il clan Lo Russo – con il Cto e con un centro di diagnostica di Miano. Poi l’ho visto (De Angioletti) più volte al Cardarelli appartarsi con il responsabile dello spaccio aziendale. Riferendomi ai rapporti di Giulio De Angioletti con il Cto, voglio pure sottolineare il fatto che proprio lì, quest’ultimo ha fatto operare Domenico Raffone, poco prima della vicenda della sua morte”. Domenico Raffone altri non è che il guardaspalle di Mario Lo Russo (quest’ultimo divenuto collaboratore di giustizia). Raffone venne ucciso in seguito a un agguato, durante il quale venne ferito anche Mario Lo Russo.