Occhio agli errori nelle diagnosi psichiatriche all’esame dei tribunali per valutare la capacità di intendere e di volere degli imputati. Diagnosi che oggi affiancano alla valutazione prettamente clinica dei sintomi a metodi di neuroimaging, quali la Risonanza magnetica, che analizzano la struttura cerebrale per identificare anomalie neuroanatomiche. L’allerta arriva da ricercatori del Dipartimento di Psicologia generale dell’Università di Padova, guidato da Giuseppe Sartori, che in uno studio pubblicato su ‘Translational Psychiatry’ hanno messo a punto delle regole per la corretta integrazione dei dati di neuroimaging nella valutazione dell’incapacità di intendere e volere.

Nonostante l’integrazione dei risultati clinici e di neuroimaging sembri un modo promettente per favorire la riduzione dell’incertezza nella valutazione forense dell’incapacità di intendere e di volere – si legge in una nota dell’ateneo padovano – il loro uso non è esente da errori, primo tra tutti la potenziale errata interpretazione dei dati di neuroimmagine (per esempio: il periziando non è responsabile perché ha una lesione cerebrale). Da qui l’articolo dei ricercatori padovani che descrive la procedura ottimale per introdurre le neuroimmagini nella valutazione della capacità di intendere e volere usando casi forensi reali.

“Attraverso la spiegazione dei potenziali errori che devono essere evitati – spiega Cristina Scarpazza, prima firma dello studio – abbiamo individuato quattro regole principali e alcune linee guida per l’uso delle neuroimmagini in tribunale, che si focalizzano sull’importanza dell’avere una descrizione chiara dei sintomi manifestati dall’imputato. In assenza di dati clinici, i risultati di neuroimaging non sono interpretabili. Inoltre, queste linee guida sottolineano anche l’importanza di una chiara corrispondenza tra i sintomi manifestati dal periziando e le neuro-anomalie evidenziate (correlazione anatomo-clinica) e il loro ruolo nella crimino-dinamica (nesso di causa)”.

 

Queste le regole indicate dai ricercatori: i risultati di neuroimmagine devono essere affiancati a dati comportamentali, ovvero ai sintomi del paziente; il comportamento criminale non deve essere considerato un sintomo (cioè un dato comportamentale in correlazione anatomo-clinica con l’anomalia cerebrale eventualmente riscontrata); non bisogna assumere che ogni anomalia cerebrale porti a sintomi comportamentali; non bisogna ‘ragionare al contrario’, ovvero non si può inferire la presenza di un disturbo comportamentale a partire dall’anomalia cerebrale.

Queste regole -conclude la nota dell’università veneta- possono essere d’aiuto nel ridurre le controversie sullo stato mentale del periziando, specialmente in quei casi in cui non esiste una documentazione clinica precedentemente al crimine commesso ed è possibile che il periziando stia esagerando o simulando i sintomi clinici.

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