“Anche gli stessi fautori della leggerezza riconoscono alla cannabis light ‘alta pericolosità comportamentale’, per esempio alla guida di autoveicoli”. Così in una nota Elisabetta Bertol, professore ordinario di Tossicologia forense all’Università di Firenze e past president della relativa Associazione scientifica, commentando la recente bocciatura della cannabis light da parte del Consiglio superiore di sanità. “La commercializzazione di questi prodotti, così come nel caso di tabacco, alcol e altre sostanze farmacologicamente attive – osserva – è perché generalmente non uccidono per overdose, ma, molto più subdolamente, per patologie correlate, per comportamenti a rischio anche a danno dell’incolumità altrui”.

“Si rimane esterrefatti di fronte alle infinite contraddizioni e alla reale confusione di concetti che accompagnano questa ‘mitica sostanza’ – sottolinea – volendo a tutti i costi infonderle una caratteristica di ‘leggerezza’. Anche per alcol e tabacco, infatti, è vietata la vendita ai minori, è vietato l’uso alla guida o in mansioni lavorative a rischio, e quindi sono regolamentate anch’esse, e molto severamente, dal nostro ordinamento: si pensi alle aspre sanzioni per l’omicidio stradale, aggravate se il conducente risultasse sotto l’effetto di droghe o alcol. Se accadesse qualcosa, come incidenti stradali o sul lavoro, da parte di utilizzatori della cosiddetta cannabis light, la responsabilità sarebbe comunque delle Istituzioni”. “La commercializzazione di prodotti definiti ‘cannabis light’ – prosegue l’esperta – è stata definita rischiosa per la salute, specie se assunta in età adolescenziale, ricordando che lo sviluppo di quel meraviglioso organo che è il cervello umano, completa la formazione della sua parte più nobile solo verso i 22-25 anni di età: quella parte nobile, il lobo frontale, che ci permette di pensare, decidere, scegliere”.

“Non ‘bombardiamolo’ quindi con sostanze presunte innocue – ribadisce la tossicologa – L’azione del Thc su questa parte del nostro cervello oggi non è supposizione, in quanto gli studi di neuroimaging degli ultimi decenni lo fotografano con esplicita evidenza, sancendo così una fondamentale ragione per sostenere con i fatti il principio del diritto alla salute . Recentemente – conclude – ho esaminato molti di questi prodotti di libera vendita, ma non in tutti il Thc è contenuto nel range di cui alla Legge 242/2016, legge che peraltro riguarderebbe, in ogni caso, le coltivazioni industriali di piante, e che non parla in nessuno dei suoi articoli di destinazione d’uso a fini ricreazionali”.

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