Scarsità di personale specializzato, formazione insufficiente, scarsa conoscenza dei dispositivi sono i principali fattori di rischio che riguardano, in Italia, decine di milioni di pazienti che ogni anno necessitano di un accesso venoso, sia esso per terapie endovenose, chemioterapia oncologica o nutrizione parenterale. Una situazione migliorabile facendo leva su alcune best practices: in primis un team specializzato dedicato al planning, al posizionamento ed alla gestione dell’accesso venoso con l’obiettivo di ridurre inappropriatezza, diminuire i tempi di intervento e raggiungere standard di qualità elevati.

L`analisi critica delle Raccomandazioni e delle Linee Guida internazionali sugli accessi vascolari, presentata oggi a Palazzo Valentini, nell’ambito di un convegno promosso dall’Osservatorio Sanità e Salute e patrocinato dal Ministero della Salute è rivolta a tutti i sanitari, medici ed infermieri, ed ha l’obiettivo di ridurre il tasso di complicanze. Se mal effettuate infatti, anche semplici procedure per inserire un catetere venoso, possono provocare flebiti, trombosi, infezioni, aritmie, embolie, lesioni nervosa. La quasi totalità dei pazienti ospedalizzati riceve una qualche forma di accesso vascolare, e i dispositivi che vengono utilizzati per infondere soluzioni, farmaci o prelevare campioni ematici, comprendono i cateteri venosi periferici (PIV), i cateteri venosi centrali (CVC) e i cateteri arteriosi. Per la maggior parte vengono impiantati cateteri venosi periferici (PIV): solo di questi ultimi, si stima che ogni anno in Italia ne vengano utilizzati circa 33 milioni.

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