L’abuso sessuale e’ il coinvolgimento del bambino in atti sessuali che non comprende e a cui non puo’ dare consenso: atti ano-genitali, genitali, oro-genitali o anche la visione obbligata di atti sessuali e la partecipazione in situazioni pornografiche. E “quello in pre-puberta’ e’ l’abuso piu’ difficile da diagnosticare, perche’ potrebbe esserci una violenza fisica ma anche nessun segno riscontrabile, oppure microlesioni che scompaiono nell’arco di pochi giorni”. A spiegarlo e’ Stefania Losi, pediatra responsabile del servizio Gaia (Gruppo abusi infanzia adolescenza) dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze. Dalla casistica “sia nostra, piccola, sia internazionale, sappiamo che addirittura nel 95% dei casi di abusi accertati il bambino non presenta alcun segno fisico”. Per esempio, “un’iperemia dopo 48 ore non si vede piu’ a livello vulvare, cosi’ come una penetrazione anale, fatta senza violenza, non si vede”. Un discorso e’ l’abuso e un altro lo stupro, la violenza, “che puo’ essere violentissimo ma finisce. Il vero abuso- aggiunge Losi- e’ volontario e ripetitivo nel tempo. L’abusante deve creare un legame, un segreto, con quel bambino affinche’ vada avanti questo connubio. Non deve essere svelato ne’ con le parole ne’ con la fisicita’”. In questi casi come deve comportarsi un pediatra? Gli indicatori sono “simili a quelli tipici di altre situazioni stressanti per il bambino e che, pero’, non hanno alcuna attinenza con gli abusi sessuali. Parliamo di disturbi del sonno, autolesionismi, regressione di tappe evolutive. Ogni segno deve essere contestualizzato e valutato”. In questo senso il servizio Gaia riunisce una decina di specialisti multidisciplinari, dall’ortopedico al pediatra al radiologo, fino all’assistente sociale e allo psicologo e al neuropsichiatra: “Non tutti intervengono sullo stesso bambino contemporaneamente, ma ciascuno puo’ dare il suo contributo”. I pediatri “devono sicuramente osservare questi cambiamenti e credere ai bambini quando dicono certe cose- consiglia Losi- stabilendo un rapporto di piena fiducia e aspettando che siano pronti ad esprimersi. Ricordero’ sempre il caso di una bambina di 9 anni che durante la visita non ha pronunciato una parola e poi alla fine, mentre si stava rimettendo le scarpe, con la testa bassa ha detto ‘Eppure anche te mi hai toccato, ma non mi hai fatto male come il mio babbo’. Era una bambina perfettamente integra dal punto di vista fisico”. I dati forniti dal servizio Gaia mostrano che dal 2008 al 2017 si e’ passati da 21 minori maltrattati e/o abusati a 126 casi. Nel 2017 la componente maschile si attestava al 45%, quella femminile al 55%. Il 26% dei minori arrivati avevano subito un abuso sessuale con eta’ media 7-8 anni, mentre il 74% erano stati maltrattati. Il gruppo abusi infanzia e adolescenzadell’azienda ospedaliero-universitaria del Meyer di Firenze ha realizzato anche l’indagine nazionale ‘Maltrattamento e abuso sui bambini. Una questione di salute pubblica’, a Firenze su un campione di 385 casi di maltrattamento (193 maschi e 192 femmine) dal 2011 al 2015. Tra i minori maltrattati, 42 avevano meno di 1 anno, 110 bambini avevano da 1 a 5 anni, 99 soggetti da 6 a 10 anni e, infine, 134 da 11 a 18 anni. Passando alle tipologie di maltrattamento, quello fisico riguarda il 57% dei casi, segue l’abuso sessuale al 25%, la violenza assistita al 14%, la trascuratezza grave al 12%, il bambino conteso all’11%, l’abuso psicoemozionale al 9% e la sindrome di Muchausen per procura all’1%. Infine, nel 28% dei casi il maltrattamento e’ stato multiplo. Per 96 bambini su 385 e’ stato sospettato un abuso sessuale che ha riguardato soprattutto minori di sesso femminile (73%). Un caso su 2 di violenza e’ intrafamiliare, il 35% extrafamilaire e il 12% ad opera di sconosciuti. Tutto cio’ che non e’ abuso sessuale rientra nei maltrattamenti (abuso fisico, patologie delle cure, violenza assistita, ecc.) “rappresentano un grande calderone. Da qui la necessita’ della formazione per operare gli opportuni distinguo”. In toscana con il Codice Rosa “si sta facendo un buon lavoro di formazione anche nei piccoli centri e si comincia ad aver messo gli occhiali per vedere e prendere in carico questi bambini”, conclude Losi. I minori arrivano all’ospedale pediatrico Meyer tramite Pronto soccorso, ricoveri per altri motivi o perche’ mandati dalla scuola, dalla Procura e dai servizi sociali.
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