L’intelligenza artificiale in aiuto dei pazienti con Alzheimer e delle loro famiglie. Oggi sono 600 mila gli italiani colpiti da questa malattia. Per sconfiggerla ci si affida alla ricerca e alla diagnosi precoce sempre più precisa, ma la lotta per ridare dignità ai malati e aiutarli a riconquistare la propria quotidianità, oggi passa anche dalla tecnologia e dai social, a partire dai chatbot, ‘assistenti virtuali’ che si avvalgono dell’intelligenza artificiale a supporto delle persone. Ora anche quelle affette da demenze. Al ministero della Salute, a Roma, è stato presentato il progetto ‘Chat Yourself’ promosso da Italia Longeva, la Rete nazionale di ricerca sull’invecchiamento e la longevità attiva del dicastero della Salute.

‘Chat Yourself’, è il primo chatbot per i malati prodromici di Alzheimer. La sua diffusione è sostenuta da una campagna social che vede in prima linea esperti e familiari e, da settembre – anticipando la Giornata Mondiale dell’Alzheimer che si celebra il 21 settembre – anche da testimonial del mondo della cultura e dello spettacolo.

“Può aiutare a mantenere gli orientamenti e la memoria dei pazienti – ha spiegato Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva, durante la conferenza stampa – una strada percorribile nelle prime fasi dopo la diagnosi è quella di sfruttare le risorse della tecnologia. ‘Chat Yourself’ è nato con questo obiettivo: contenere il danno provocato dalla malattia, affiancando all’impegno dei propri cari un aiuto concreto a ricorda”.

Ma come funziona ‘Chat Yourself’? ”Sviluppato per essere usato sugli smartphone e precisamente su Messenger, l’assistente virtuale è in grado di memorizzare tutte le informazioni relative alla vita di una persona, restituendole su richiesta all’utente, che ha anche la possibilità di impostare notifiche personalizzate (ad esempio per ricordare di prendere i medicinali)”, hanno spiegato gli esperti. Il chatbot, nato da un’idea di Y&R, con il supporto tecnico di Nextopera e di Facebook e perfezionato grazie ad un team di geriatri, neurologi e psicologi per rispondere in maniera più efficace alle esigenze dei pazienti, è disponibile e accessibile a tutti gratuitamente sulla pagina Facebook di Chat Yourself.

L’Alzheimer comporta un lento e progressivo decadimento delle funzioni cognitive, dovuto all’azione di due proteine, la beta-amiloide e la proteina Tau, che si accumulano nel cervello causandone la morte cellulare. Nel 2030 – hanno evidenziato gli esperti – saranno più di 2 milioni le persone colpite da Alzheimer. Oggi un malato costa in termini di cure, assistenza e impatto sulla famiglia circa 70 mila euro l’anno.

“Evidenze scientifiche ci dicono che l’attacco ai neuroni ed ai circuiti nervosi inizia almeno 15-20 anni prima della comparsa dei ‘tipici’ disturbi della memoria. Questo perché nel nostro cervello c’è un numero enorme di cellule, circuiti e sinapsi ‘di riserva’ in grado di sostituire quelli danneggiati o distrutti dalla malattia, fino a quando non si arriva a una soglia limite, superata la quale il meccanismo degenerativo diventa inarrestabile – ha spiegato Paolo Maria Rossini, direttore Area Neuroscienze, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs-Università Cattolica, Roma – Il limite dei trattamenti terapeutici sin qui tentati è stato proprio quello di essere somministrati in presenza di una sintomatologia già conclamata corrispondente ad una fase di malattia in cui le riserve plastiche del cervello sono esaurite. In sostanza, come voler curare il cancro in un paziente plurimetastatico”.

“Per questo motivo – ha ribadito Rossini – gli sforzi della ricerca sono sempre più tesi a individuare le cratteristiche prodromiche, precocissime e spesso visibili solo con l’ausilio di esami strumentali, così da intervenire il prima possibile con trattamenti specifici e supporti tecnologici”. L’Italia è in prima fila in questa attività di ricerca con il progetto ‘Interceptor’, che ha l’obiettivo di intercettare con precisione i soggetti che svilupperanno la patologia di Alzheimer.

“Questa malattia non colpisce solo il malato ma l’intero nucleo familiare – ha ricordato Patrizia Spadin, presidente Aima (Associazione italiana malattia di Alzheimer) – e sopratutto il caregiver che se ne prende cura ogni giorno, spesso da anni, alla stanchezza e alla sofferenza di vedere il proprio caro perdere sempre più la propria storia, i propri affetti, il proprio stile di vita. La famiglia ha bisogno di essere appoggiata lungo il percorso di malattia – ha aggiunto Spadin – di acquisire le conoscenze necessarie per stare vicino al malato, ma anche di poter contare sui servizi di presa in carico”.

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